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mercoledì 6 febbraio 2019

Wildlife di Paul Dano, opera prima dietro la macchina da presa di un grande attore che riesce a dimostrare di poter essere anche un autore consapevole, misurato e dallo sguardo acuto. Bravissimi i tre protagonisti

Salve a tutti. Vi voglio parlare di un film recente che è passato in sordina, purtroppo. Purtroppo perché il regista è Paul Dano.




Wildlife di Paul Dano, presentato al Sundance e allo scorso Festival di Cannes, è un dramma intimista che rende bene il senso dell'oppressione e del soffocamento (l'incendio che viene mostrato e di cui si parla è un'azzeccata metafora).
Sguardo sui luoghi e il contesto, sguardi e grandi primi piani sui protagonisti e sul protagonista (e anche qui non è un caso che il ragazzo diventi fotografo e ritrattista) che osserva la vicenda forse con un alito di speranza e che con la sua giovane età cerca di trovare un suo posto nonostante viva in quella che oggi viene chiamata "famiglia disfunzionale".
In questa prima prova del grande attore Paul Dano dietro la macchina da presa ciò che si sente di più è proprio la regia. Sempre presente, con scelte ben precise e talvolta anche inconsuete e curiose per come cerca di raccontare questa storia.
Storia che sa di già visto ed è basata sul romanzo omonimo di Richard Ford, ma che è ben sceneggiata dalla come sempre bravissima Zoe Kazan, compagna di Dano, e da quest'ultimo.
E se forse tutto sembra piatto e non si sa dove voglia andare a parare, rimane quell'ultimo fotogramma a chiudere un'opera coerente e toccante. Con tre ottimi attori.
Carey Mulligan e Jake Gyllenhaal (che figura anche tra i produttori) non hanno bisogno di presentazioni. Soprattutto lei tra i due offre un'interpretazione così dolente e così puntuale che lo spettatore arriva a pensare: "Ma non sbagli mai, Mulligan?".
Tuttavia la vera sorpresa è Ed Oxenbould, che si mette totalmente nelle mani del regista e riesce a tirar fuori una prova di misura con grande intelligenza ed espressività.
Un Revolutionary Road (l'epoca è la stessa, tra l'altro) visto dalla parte di un figlio.

Non un capolavoro, ma un film delicato e realizzato con grande impegno.
Da vedere (in lingua originale) aspettandosi di uscire dalla visione con un senso di tristezza. È una pellicola che "lavora" e si insinua inconsciamente. Consigliatissimo.




Voto: ***/***1/2







venerdì 14 ottobre 2016

Grasso è bello di John Waters, commedia musicale originale e divertente, un po' kitsch ma che con intelligenza riesce a sbeffeggiare l'idiozia dei bigotti, dei conservatori e dei perbenisti. Ottime le coreografie e la colonna sonora

Oggi vi voglio parlare di un film di un po' di anni fa ormai. Un film che ha avuto un bel successo, dato che ha ispirato un musical (portato in scena anche in Italia) e un remake.
Mi riferisco a Grasso è bello di John Walters.
Ecco la recensione:





Grasso è bello (Hairspray) di John Waters del 1988. Con Sonny Bono, Ruth Brown, Divine, Deborah Harry, Ricki Lake, Jerry Stiller, Colleen Fitzpatrick, Michael St. Gerard, Leslie Ann Powers, Clayton Prince, Mink Stole, Shawn Thompson, Ric Ocasek, Pia Zadora, Joann Havrilla, Josh Charles, John Waters. (92 min. ca.)
Anni '60. Tracy Turnblad (Lake), giovane studentessa di Baltimora un po' sovrappeso, vorrebbe partecipare al programma televisivo "The Corny Collins Show" che va in onda su una tv locale. Dato che è vicino a casa sua, decide di andarci di persona con la sua amica Penny Pingleton (Powers). Incredibilmente viene presa nel cast. Eppure dovrà scontrarsi con la preferita Amber von Tussle (Fitzpatrick) e il razzismo che impedisce ai ragazzi di colore di partecipare al programma. 













Commedia musicale che ha ispirato il musical teatrale prima e il film del 2007 - remake* - con John Travolta nei panni della madre di Tracy (che qui è interpretata da Divine). 
Briosa, divertente, con una colonna sonora composta sia da canzoni originali che dell'epoca in cui è ambientata. 
Stupisce per l'irriverenza che punge e arriva al dunque (molto più edulcorata nel rifacimento), per i balletti e i vari numeri simpatici senza risultare pesanti, per il ritmo sempre teso, l'assenza di lungaggini, le scenografie e la fotografia con effetto vintage. 
Il tutto unito a una buona dose di kitsch sempre misurato, anche quando le cose sembrano prendere la piega del cattivo gusto. 
John Waters riesce a sbeffeggiare la società del periodo, il bigottismo e si schiera contro le "minoranze" con intelligenza (rappresenta i "conservatori" - e perbenisti - come dei dementi, degli idioti). 
Tutti gli attori sono in parte e recitano volutamente sopra le righe. 
Non il solito film musicale (certo, deve piacere il genere, ma migliora addirittura col passare dei minuti). 
Da vedere. Consigliatissimo.

*Mia recensione
Voto: ***/***1/2







Il trailer:







Voi l'avete visto? Cosa ne pensate?











  
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lunedì 7 luglio 2014

A proposito di Davis, ultimo deludente film dei Coen sulle scialbe vicende di un cantautore altrettanto scialbo. Si salvano la confezione e il lato tecnico (se vogliamo anche il protagonista Oscar Isaac e la colonna sonora): il resto è perdibile

Adesso vi voglio parlare di un film recente che mi ha molto delusa. Avevo sentito e letto critiche negative: speravo si sbagliassero ed invece le confermo.
A proposito di Davis dei Fratelli Coen.
Ecco la recensione:




A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis) di Joel e Ethan Coen del 2013. Con Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, John Goodman, Garrett Hedlund, F. Murray Abraham, Ethan Phillips, Robin Bartlett, Max Casella. (105 min. ca.) 
1961. Storia dello sfortunato cantante e musicista folk Llewyn Davis (Isaac), ispirata alla vita di Dave Van Ronk, che bazzicava nella New York del Greenwich Village, il quale, messo alle strette, tenta di cambiare la sua esistenza andando rocambolescamente a Chicago per un provino con il produttore Bud Grossman (Abraham). Gli andrà male anche quell'occasione e non potrà neanche ritentare l'arruolamento in marina perché non se lo può permettere (licenza perduta e pochi soldi in tasca). 
























Una serie di eventi negativi (un po' come in A Serious Man) con un gatto rosso che ricorre di frequente e lo accompagna nelle varie tappe, per un film che si svolge come una canzone folk - come è stato detto anche nel dietro le quinte - in maniera circolare dunque. 
Peccato che però la storia non sia interessante perché non è una biografia: le vicende sono accadute davvero ma in modo diverso, con personaggi diversi. Lo spettatore si trova quindi di fronte ad un ibrido. Un bell'ibrido, costruito bene, girato benissimo (in pochi giorni, quarantadue) - seppure abbia avuto un budget piuttosto limitato - ma alla fine vuoto di contenuti e con un finale sbrigativo e poco realistico che stona con il realismo che aveva avuto fino a poco prima. 
La vita dura di un artista, i casi della vita (altro elemento che ricorre nella filmografia coeniana). Vita che boccia LLewys e promuove un giovane che suona nello stesso locale (Bob Dylan). Non è sufficiente. Non bastano i personaggi fuori dagli schemi e volutamente antipatici di Goodman - che interpreta il musicista jazz Roland Turner - della Mulligan (che interpreta la cantante del duo Jim - Timberlake - e Jean, che è andata a letto con Llewys ed è anche rimasta incinta ma non sa chi sia il padre) e in parte di Abraham. Tra l'altro, anche questi vengono abbandonati a se stessi e non sappiamo che fine faranno: non ci viene dato neanche un indizio. 
Strano per i Coen, i quali solitamente sono così minuziosi e precisini nella sceneggiatura. 
Di contro, Oscar Isaac è davvero in gamba nell'interpretare un "signor nessuno": la sua faccia anonima e poco caratteristica è perfetta così come lui è un musicista e cantante convincente. 
Gli altri fanno il loro senza grandi lodi (Goodman e Abraham però sono sempre sopra la media). Molto, molto buona la colonna sonora, bella la fotografia a tratti sbiadita (ottimo l'uso della luce). 
E' una pellicola amara e malinconica. Si ride pochissimo, appena, delle disgrazie del protagonista (il quale a volte risulta addirittura antipatico, per quanto lo si possa capire perché esasperato). 
E' senza dubbio il film minore dei due fratelli. Le altre opere avevano sempre un loro perché pur essendo bizzarre e fuori dagli schemi (anzi, diciamo che è proprio per questo che avevano ragione di esistere). Qui la trama non è avvincente, non si entra mai in empatia con nessuno (pur a volte, ascoltando qualche canzone, ci si possa commuovere). 
Spiace dirlo (la sottoscritta ama i Coen: tutta la loro filmografia in pratica, a parte quest'ultimo) ma è un film inutile. Bella ricostruzione dell'ambiente newyorkese ma si percepisce una superficialità che rende poco convincente tutto l'insieme e fa svanire la suggestione. 
Non si può dire neanche che sia noioso: è proprio scialbo. Un gran peccato. 
Consigliato a metà (non c'entra l'essere amanti della musica folk. La sottoscritta la ama eppure non ho apprezzato la pellicola in sè). 


Voto: **1/2





















Il trailer:







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