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lunedì 16 aprile 2018

La ruota delle meraviglie - Wonder Wheel di Woody Allen, melodramma metateatrale/metacinematografico con spunti interessanti. Fotografato magnificamente ed interpretato in maniera divina da una Kate Winslet ai suoi massimi livelli

Dopo tanto tempo, oggi vi parlerò di un film. Un film recente scritto e diretto da un regista molto amato (ma anche, di nuovo discusso per uno scandalo ormai del passato, che Hollywood non vuole seppellire).
Mi riferisco a La ruota delle meraviglie - Wonder Wheel di Woody Allen.
Ecco la recensione:






La ruota delle meraviglie - Wonder Wheel (Wonder Wheel) di Woody Allen del 2017. Con Kate Winslet, Justin Timberlake, Juno Temple, Jim Belushi, Jack Gore, Tony Sirico, Steve Schirripa, Max Casella, David Krumholtz. (101 min. ca.)
Anni '50. Ginny (Winslet) è una cameriera insoddisfatta e attrice mancata che vive in un appartamentino sopra la giostra panoramica Wonder Wheel a Coney Island con il marito alcolizzato e manesco Humpty (Belushi) e il figlioletto piromane Richie (Gore), avuto dal primo marito. La sua vita sembrerà cambiare all'improvviso un'estate, quando inizia un flirt con il bagnino Mickey (Timberlake) e nel contempo la figlia di Humpty, Carolina (Temple), tornerà dal padre inseguita dagli scagnozzi di suo marito gangster. 


























Dramma che gioca tutto sul metateatro e il metacinema con l'abbattimento della quarta parete (ad esempio il personaggio di Mickey è voce narrante e parla in camera allo spettatore) sia con il linguaggio in senso stretto che cinematografico e registico (il botta e risposta dei dialoghi, senza accavallarsi, i monologhi o soliloqui, la macchina da presa che gioca con i piccoli spazi - a parte qualche scena di ampio respiro, in spiaggia, simbolo della voglia di cambiamento delle donne protagoniste - come se stesse riprendendo un vero e proprio spettacolo teatrale, spesso con l'uso del grandangolo). Ma non lo è anche la vita?
Allen mette in piedi un melodramma anni '50 (viene citato O'Neill e Mickey vuole diventare un commediografo, tutto torna) e usa la staticità dell'ambientazione e dei fondali per mettere in risalto l'assoluta mediocrità e immobilità nelle quali vivono i personaggi.
Personaggi illusi, delusi, traditi mille volte e maltrattati. Caratterizzati perfettamente, tanto che si percepisce lo struggimento, la caduta nel baratro mano a mano che la pellicola prosegue.
Si sorride talvolta amaramente per gli elementi tragicomici e infausti.
Una serie di sfortunate coincidenze che mettono a dura prova questi disgraziati.
Dalle eccezionali scenografie, dalla sublime fotografia di Vittorio Storaro che mette in risalto le luci e le ombre con dei colori vivacissimi o freddissimi e una composizione dell'immagine che lascia letteralmente senza parole (come nel precedente Café Society* del resto, ma qui ancora più centrato), con le canzoni jazz altrettanto allegre in contrasto con la desolazione (per non parlare dell'ambientazione, ossimorica allo stato d'animo ed esistenziale dei protagonisti), lo stordimento di un finale pessimista - addirittura nichilista - che raggela e sconvolge sottilmente. Tutto cambia per non cambiare?
Espressiva ed inquieta June Temple, eterna bambina (un po' Sandra Dee, un po' Blanche DuBois/Vivien Leigh), davvero perfetta nel ruolo della "pupa del gangster" pentita. Jim Belushi, appesantito e invecchiato è entrato nel ruolo con una facilità inimmaginabile: davvero in gamba. Justin Timberlake, fa il suo compitino, funziona. Ma chi ha la meglio, chi regala la miglior performance (forse addirittura di tutta la sua carriera) è ovviamente Kate Winslet, che si mette totalmente al servizio del regista che la studia, la riprende in tutte le angolazioni e grazie alla suddetta fotografia quasi la trasfigura, facendola sembrare sciatta o bellissima, giovane o vecchia a seconda della scena. E lei ci mette tutta se stessa, sembrando realmente uscire da una pièce teatrale: così diva, eppure così normale. Un'interpretazione da applausi.
Un film che non ha avuto i riconoscimenti che meritava (per colpa dello "scandalo" su Woody Allen di nuovo portato alla ribalta dal movimento hollywoodiano "MeeToo" contro la violenza sulle donne, diventato da subito ipocrita patetico e opportunista), ricco com'è di spunti e di lampi di genialità. Allen dimostra ancora di avere uno sguardo acuto, cinico e lucidissimo sulla realtà (un ottantenne, ricordiamolo), di saper rinnovarsi. La storia in sé potrebbe sembrare banale, tuttavia è la messa in scena ad essere incisiva. È anche vero che probabilmente siamo lontani dai suoi veri capolavori, eppure non è certo uno scherzo rileggere e travalicare i generi in chiave moderna, sperimentando (si ricordi, di nuovo, che è un ottantenne) e spiazzando bruscamente lo spettatore con un finale che lascia giustamente basiti. Intenso.
Da vedere assolutamente (in lingua originale. Non serve spiegarne i motivi). Consigliatissimo.

*Mia recensione
Voto: ***




Il trailer:







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lunedì 6 febbraio 2017

#Oscar2017 #AcademyAwards2017 - Trolls di Mike Mitchell e Walt Dohrn, film di animazione coloratissimo, con tanta musica e un bel messaggio positivo. Palesemente per bambini, potrebbe attirare anche gli adulti

Oggi vi voglio parlare di un film recente. Un film di animazione che ha avuto (e sta avendo ancora) molto successo soprattutto per la colonna sonora.
Mi riferisco a Trolls di Mike Mitchell e Walt Dohrn.
Ecco la recensione:





Trolls di Mike Mitchell e Walt Dohrn del 2016. (92 min. ca.)
I Troll, delle piccole creaturine colorate, dai fluenti capelli, devono nascondersi e vivere nel sottosuolo da anni, dopo che i Bergen, delle creature mostruose, credono di non poter provare allegria se non mangiando proprio loro. Un giorno la chef dei Bergen riesce a rapire alcuni Troll per dare un banchetto del giovane re Creek. Poppy - la figlia del re dei Troll - e Banch - un altro Troll asociale e triste, tentano di salvarli. 









Film di animazione della Dreamworks molto colorato e con una grafica eccezionale con i personaggi ispirati ai famosi pupazzetti. 
La trama assomiglia a quella dei Puffi, ma la messa in scena è molto pià stupefacente. La colonna sonora è molto variegata e può piacere a tutti i tipi di pubblico. 
Infatti, sono presenti sia canzoni originali, come quella di Justin Timberlake (che è anche voce di Branch) Can't Stop The Feeling - nominata all'Oscar - che brani noti e meravigliosi (reinterpretati) come The Sound of Silence, True Colors, September, I Feel Love o, una scelta ancora più inconsueta come Clint Eastwood dei Gorillaz. 
Pieno di azione, diventa forse un po' scontato verso la fine. 
E in definitiva non è nulla di che, ma è una gioia per occhi e dà un bel messaggio positivo (che non fa mai male). 
Palesemente per bambini, ma potrà piacere (per i motivi di cui sopra), anche agli adulti. 
Da vedere per curiosità. 


Voto: **1/2/***






Il trailer:






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lunedì 7 luglio 2014

A proposito di Davis, ultimo deludente film dei Coen sulle scialbe vicende di un cantautore altrettanto scialbo. Si salvano la confezione e il lato tecnico (se vogliamo anche il protagonista Oscar Isaac e la colonna sonora): il resto è perdibile

Adesso vi voglio parlare di un film recente che mi ha molto delusa. Avevo sentito e letto critiche negative: speravo si sbagliassero ed invece le confermo.
A proposito di Davis dei Fratelli Coen.
Ecco la recensione:




A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis) di Joel e Ethan Coen del 2013. Con Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, John Goodman, Garrett Hedlund, F. Murray Abraham, Ethan Phillips, Robin Bartlett, Max Casella. (105 min. ca.) 
1961. Storia dello sfortunato cantante e musicista folk Llewyn Davis (Isaac), ispirata alla vita di Dave Van Ronk, che bazzicava nella New York del Greenwich Village, il quale, messo alle strette, tenta di cambiare la sua esistenza andando rocambolescamente a Chicago per un provino con il produttore Bud Grossman (Abraham). Gli andrà male anche quell'occasione e non potrà neanche ritentare l'arruolamento in marina perché non se lo può permettere (licenza perduta e pochi soldi in tasca). 
























Una serie di eventi negativi (un po' come in A Serious Man) con un gatto rosso che ricorre di frequente e lo accompagna nelle varie tappe, per un film che si svolge come una canzone folk - come è stato detto anche nel dietro le quinte - in maniera circolare dunque. 
Peccato che però la storia non sia interessante perché non è una biografia: le vicende sono accadute davvero ma in modo diverso, con personaggi diversi. Lo spettatore si trova quindi di fronte ad un ibrido. Un bell'ibrido, costruito bene, girato benissimo (in pochi giorni, quarantadue) - seppure abbia avuto un budget piuttosto limitato - ma alla fine vuoto di contenuti e con un finale sbrigativo e poco realistico che stona con il realismo che aveva avuto fino a poco prima. 
La vita dura di un artista, i casi della vita (altro elemento che ricorre nella filmografia coeniana). Vita che boccia LLewys e promuove un giovane che suona nello stesso locale (Bob Dylan). Non è sufficiente. Non bastano i personaggi fuori dagli schemi e volutamente antipatici di Goodman - che interpreta il musicista jazz Roland Turner - della Mulligan (che interpreta la cantante del duo Jim - Timberlake - e Jean, che è andata a letto con Llewys ed è anche rimasta incinta ma non sa chi sia il padre) e in parte di Abraham. Tra l'altro, anche questi vengono abbandonati a se stessi e non sappiamo che fine faranno: non ci viene dato neanche un indizio. 
Strano per i Coen, i quali solitamente sono così minuziosi e precisini nella sceneggiatura. 
Di contro, Oscar Isaac è davvero in gamba nell'interpretare un "signor nessuno": la sua faccia anonima e poco caratteristica è perfetta così come lui è un musicista e cantante convincente. 
Gli altri fanno il loro senza grandi lodi (Goodman e Abraham però sono sempre sopra la media). Molto, molto buona la colonna sonora, bella la fotografia a tratti sbiadita (ottimo l'uso della luce). 
E' una pellicola amara e malinconica. Si ride pochissimo, appena, delle disgrazie del protagonista (il quale a volte risulta addirittura antipatico, per quanto lo si possa capire perché esasperato). 
E' senza dubbio il film minore dei due fratelli. Le altre opere avevano sempre un loro perché pur essendo bizzarre e fuori dagli schemi (anzi, diciamo che è proprio per questo che avevano ragione di esistere). Qui la trama non è avvincente, non si entra mai in empatia con nessuno (pur a volte, ascoltando qualche canzone, ci si possa commuovere). 
Spiace dirlo (la sottoscritta ama i Coen: tutta la loro filmografia in pratica, a parte quest'ultimo) ma è un film inutile. Bella ricostruzione dell'ambiente newyorkese ma si percepisce una superficialità che rende poco convincente tutto l'insieme e fa svanire la suggestione. 
Non si può dire neanche che sia noioso: è proprio scialbo. Un gran peccato. 
Consigliato a metà (non c'entra l'essere amanti della musica folk. La sottoscritta la ama eppure non ho apprezzato la pellicola in sè). 


Voto: **1/2





















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