mercoledì 28 giugno 2017

Cadillac Records di Darnelle Martin, film biografico/musicale sulla storia dell'etichetta discografica Chess Records, che portò al successo artisti quali, tra gli altri, Muddy Waters, Chuck Barry ed Etta James. Senza guizzi ma piacevole

Oggi vi voglio parlare di un film di qualche anno fa. Un film biografico/musicale ben fatto ma piuttosto piatto.
Mi riferisco a Cadillac Records di Darnelle Martin.
Ecco la recensione:






Cadillac Records di Darnelle Martin. Con Adrien Brody, Jeffrey Wright, Beyoncé Knowles, Mos Def, Columbus Short, Cedric the Entertainer, Eamonn Walker, Joshua Alscher, Marc Bonan, Gabrielle Union, Emmanuelle Chriqui, Norman Reedus, Tammy Blanchard, Eric Bogosian, Shiloh Fernandez, Jay O. Sanders, Vincent D'Onofrio. (109 min. ca.)
L'ascesa e il declino della Chess Records fondata, da un bianco, da Leonard Chess, l'etichetta discografica che portò al successo artisti di colore che proponevano prevalentemente blues, soul, Rhytm and Blues - con qualche incurisone nel rock and roll - quali, tra gli altri, Muddy Waters (Jeffrey Wright), Chuck Barry (Def) ed Etta James (Beyoncé Knowles). Per quest'ultima Chess aveva preso una vera e propria sbandata. 















Film biografico/musicale interessante per la sua storia (l'impatto "involontario" sociale per l'attenuazione della segregazione razziale e la condivisione musicale senza distinzioni tra bianchi e di colore). 
Purtroppo però è una pellicola biografica classica: nulla di male, soltanto che si porta con sé tutti i difetti di genere, ossia un certo schematismo, l'essere didascalica e pedante nel seguire cronologicamente tutte le fasi, di poco respiro. Imbrigliata, ecco. 
Che le vicende siano romanzate non disturba però, non essendoci scene madri troppo patetiche. Gli elementi sono ben bilanciati, tuttavia al contempo pare non avere guizzi, non essere così ispirata. 
Nonostante ciò rimane piacevole per la tanta buona musica: una colonna sonora ricchissima con brani reinterpretati dagli attori. 
Il cast è molto in parte. Adrien Brody è in gamba come sempre, anche se gli altri gli rubano la scena. Spicca in ogni caso Beyoncé Knowles - la quale due anni prima aveva partecipato ad un altro film musicale, Dreamgirls* -, qui nei panni di Etta James. Non le somiglia tanto fisicamente (si è dovuta obiettivamente imbruttire infoltendosi le sopracciglia, cambiando pettinatura, ecc..), ma il piglio, la grinta, l'impegno e la voce (seppur meno "vissuta", meno sofferta) ci sono e si percepiscono. 
Un film dalla regia anonima, poco incisivo, ma tutto sommato sfizioso. 
Da vedere. Consigliato. 


Voto: **1/2/***






Il trailer:







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martedì 27 giugno 2017

Un bacio di Ivan Cotroneo, film drammatico/teen coraggioso per aver affrontato tematiche importanti quali omofobia, bullismo, stupro. Peccato che la fattura televisiva e molte inverosimiglianze/stucchevolezze rovinino le belle premesse

Oggi vi voglio parlare di un film recente. Un film italiano abbastanza osannato, che a me invece non ha convinto per molte ragioni.
Mi riferisco a Un bacio di Ivan Cotroneo.
Ecco la recensione:






Un bacio di Ivan Cotroneo del 2016. Con Rimau Grillo Ritzberger, Valentina Romani, Leonardo Pazzagli, Susy Laude, Thomas Trabacchi, Laura Mazzi, Sergio Romano, Simonetta Solder, Giorgio Marchesi, Denis Fasolo. (101 min. ca.)
Lorenzo (Grillo Ritzberger), sedicenne torinese orfano di entrambi i genitori, dopo essere stato in una casa-famiglia va a vivere con Stefania (Laude) e Renato (Trabacchi) ad Udine. Apertamente omosessuale, a scuola fa subito amicizia con Blu (Romani), ragazza considerata da tutti una facile e per questo oggetto di scherno. Nelle loro uscite dopo un po' coinvolgono Antonio (Pazzagli), ragazzo considerato un po' stupido ed introverso (dopo la morte del fratello), ma bravissimo a basket. La loro amicizia verrà messa alla prova quando Lorenzo si innamorerà proprio di Antonio...














Film drammatico/teen, tratto dal racconto omonimo dello stesso Cotroneo, ammirevole per aver trattato dei temi delicati cercando di avvicinarsi ad un pubblico di giovanissimi.
Colpisce fin dai titoli di testa per la musica che si integra perfettamente con le immagini, per le belle carrellate, il montaggio efficace.
Anche l'ispirazione (neanche tanto velata) a Noi siamo infinito* per quanto riguarda i personaggi - praticamente presi di sana pianta - e la loro amicizia, l'uso di brani musicali, la forma epistolare, l'ambizione della scrittura (il personaggio di Lorenzo provoca - come nel caso di Ezra Miller - istantanea simpatia per il suo essere così disinvolto nonostante tutto ciò che ha dovuto e deve passare) e a (500) giorni insieme* (soprattutto per il balletto iniziale con i cartoni animati che provoca un effetto straniante) sembra portare una boccata di freschezza.
Tuttavia oltre le caratteristiche negative insite in questo genere di pellicole (come del resto in quella di Stephen Chbosky) quali vari momenti stucchevoli, ingenuità, furbizie, si aggiungono la rappresentazione improbabile dell'ambito familiare con genitori all'americana troppo permissivi, buonisti e senza regole con i figli sedicenni, oppure gli insegnanti dal comportamento amichevole che cercano un dialogo (quasi fantascienza, purtroppo), ed anche un ritratto della scuola, per l'appunto, quasi come un liceo americano, con la squadra di basket e gli allenamenti serali. Inoltre c'era proprio bisogno di ambientare la vicenda in Friuli, aggiungendo il cliché del nord dalla mentalità chiusa (che sarà pur vero, ma la pellicola non voleva scardinare e andare oltre i luoghi comuni, oltre il giudizio spicciolo)?
L'epilogo tragico è al contempo spiazzante ed irritante e si riprende soltanto alla morale piuttosto toccante con un "what if" azzeccato.
Un film che lascia l'amaro in bocca perché si percepisce un girare a vuoto, confondendo i toni da usare.
Si passa dai siparietti coreografati (da Luca Tommassini) che irrompono improvvisamente à la Tutti pazzi per amore (da cui arriva Cotroneo come sceneggiatore, guarda caso, e anche l'attrice Susy Laude) al drammone esistenziale/adolescenziale in un clima da fiction. Sì, perché la fattura è televisiva (a metà tra fiction Rai e Disney Channel).
Le visioni dei protagonisti in chiave ironica/onirica o surreale non funzionano costantemente. E tutto risulta finto, poco sincero.
Nonostante tutti questi enormi difetti è da lodare il coraggio avuto nel trattare tematiche quali bullismo, omofobia e violenza sessuale di gruppo (ma di questo elemento se ne poteva fare a meno poiché non sviluppato adeguatamente. Davvero troppa carne al fuoco). Degli attori si salvano per l'appunto soltanto Rimau Grillo Ritzberger e i vari genitori. Gli altri sono davvero poco espressivi e poco carismatici (compresi Valentina Romani e Leonardo Pazzagli).
Da vedere solo per curiosità. Consigliato a metà.


Voto: **1/2









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lunedì 26 giugno 2017

La foresta dei sogni di Gus Van Sant, dramma sull'elaborazione del lutto e sugli eventi della vita collegati con l'universo. Angosciante e toccante, ha come protagonista un Matthew McConaughey totalmente in parte (come sempre)

Oggi vi voglio parlare di un film recente. Un film drammatico di un regista molto amato, qui alle prese con un'opera suggestiva e toccante ingiustamente maltrattata dalla critica.
Mi riferisco a La foresta dei sogni di Gus Van Sant.
Ecco la recensione:




 

La foresta dei sogni (The Sea of Trees) di Gus Van Sant del 2015. Con Matthew McConaughey, Ken Watanabe, Naomi Watts, Katie Aselton, Jordan Gavaris, James Saito. (110 min. ca.)
Arthur Brennan (McConaughey) dopo la morte della moglie Joan (Watts) con la quale aveva avuto un tormentato rapporto, decide di togliersi la vita nella foresta sotto il monte Fuji, in Giappone. L'incontro con un uomo giapponese, nelle sue stesse condizioni, il quale però vuole uscirne, lo metterà nelle codizioni di ripensarci. 












Film drammatico molto interessante per il confronto inizialmente tra due culture diverse e tra spiritualismo e scienza (Arthur è uno scienziato). 
Infatti, man mano che la storia va avanti e soprattutto nel finale, tutto prende una piega più new age, sovrannaturale-misterioso. Quelle che sembrano solo coincidenze in realtà è il destino (o almeno questa è una chiave di lettura). 
Fa riflettere su quanto tutto abbia un significato, su quanto le cose succedano per un motivo e quanto tutto sia collegato. 
La cosa intelligente è che questi argomenti hanno un senso, non vengono buttati in faccia allo spettatore in maniera spicciola, bensì aiutano a capire il protagonista e la storia in sé. Gli stessi flashback sono ben integrati e servono a raccontare il passato di Arthur e Joan. Certo, in alcuni momenti punta sullo stupore, sulle scene ad effetto, su una trama altrettanto ad effetto (ma senza, non ci sarebbe neanche la pellicola), eppure non passa mai il limite, anche quando prende una piega troppo tragica o troppo surreale per essere vera. 
Inoltre mostra con lucidità quanto nei rapporti di coppia (anche duraturi) si conosca poco l'altra persona. Parla di amore inespresso, quell'amore non detto perché si è sempre troppo impegnati con altre faccende o perché si ha quasi paura a mostrarlo. 
Ed è una metafora, un cammino dell'elaborazione del lutto: solo aggrappandosi al fatto che sua moglie è comunque con lui in un modo o nell'altro, Arthur potrà ritornare a vivere. 
Il cast è azzeccato. Ovviamente Matthew McConaughey la fa da padrone: espressivo, credibile, presente nel momento. Si è calato totalmente nel suo personaggio e la sua performance è dolente, sentita. Bravissimo anche Ken Watanabe. Naomi Watts è un'altra che non ha bisogno di presentazioni: qualsiasi ruolo interpreti è convincente. 
Un film intenso, angosciante e dolorosissimo con uno spiraglio di speranza. 
Dal ritmo sempre costante, mai pedante o prolisso, ben costruito, coerente e dai concatenamenti puntuali (ottimo anche il montaggio), coinvolge e appassiona. Presentato in concorso a Cannes, ha avuto critiche negative immeritate. 
Da vedere (quando si è dell'umore giusto). Consigliato. 


Voto: ***







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domenica 25 giugno 2017

Song to Song di Terrence Malick. Triangoli amorosi, esistenze vuote per un film che gira su se stesso ma - a tratti - suggestiona. Cast sprecato. In parte quasi esclusivamente Rooney Mara

Oggi vi voglio parlare di un film appena uscito nelle sale. Un film di un regista/autore - di grandi cult - che divide sempre, ultimamente, pubblico e critica.
Mi riferisco a Song to Song di Terrence Malick.
Ecco la recensione:





Song to Song di Terrence Malick del 2016. Con Michael Fassbender, Ryan Gosling, Rooney Mara, Natalie Portman, Cate Blanchett. (129 min. ca.)
Austin, Texas. Triangoli amorosi ambientati nel mondo effimero e superficiale della musica. Forse però il vero amore vincerà. 

































Film drammatico/sentimentale. Begli ambienti (sia interni che esterni), ottimo montaggio, fotografia impeccabile - come al solito - di Lubezki, colonna sonora peculiare - com'era auspicabile - riprese "casuali" in un clima sospeso. 
I protagonisti fanno cose, vedono gente, bighellonano senza meta o quasi, si sdraiano, si bagnano i piedi nell'acqua, si aggrappano alle tende guardando fuori dalle finestre, fanno l'amore vestiti (tranne in una scena), in un vuoto, in una ricerca di successo e di serenità nella vita privata. 
Peccato però che i personaggi siano abbozzati, non abbiano - volutamente, come negli ultimi lavori del regista - una profondità e lo spettatore non potrà così provare nessuna empatia e si limiterà a guardare con freddo distacco le loro vicissitudini. 
Le varie relazioni (con telefonatissimi tradimenti su tradimenti) sono prevedibili, così come banali alcuni cliché (ad esempio Rooney Mara la quale, nel momento di transizione e smarrimento dopo essersi lasciata con quello che dovrebbe essere il suo grande amore, ne inizia una superficiale lesbo). Cast ricchissimo che pare non essere al meglio (dev'essere difficilissimo lavorare con Malick, entrare nella sua poetica, capire effettivamente cosa voglia dire). Comunque è proprio Rooney Mara ad integrarsi meglio con i toni dell'opera. È così eterea, sfuggente, fragile, delicata e dà tutta se stessa. Balla, ride a crepapelle e come voce narrante funziona: è molto suadente e magnetica e riesce a dare quel qualcosa in più. Bravino anche Ryan Gosling. Funziona anche Michael Fassbender nei panni di un mefistofelico produttore. Deludente Cate Blanchett: il suo personaggio, che ha una storiella con quello di Gosling, è trattato en passant e risulta artefatto all'estremo. 
I camei come quelli di Patti Smith, Iggy Pop e altri, lasciano altrettanto a desiderare (addirittura Florence Welch che compare tra i primi della lista nei titoli di coda, si intravede da lontano un paio di volte). 
Continuo naturale di Knight of Cups* (per il tipo di quadrature, per la costruzione narrativa, il tema del conflitto/confronto col padre e la madre) però più bilanciato, meglio strutturato, è un film che si fa amare e odiare in contemporanea per il continuo girare su se stesso, ma che purtuttavia rappresenta chiaramente la perdizione della vita mondana e la voglia di ritornare ai veri valori, alle cose essenziali, come il vivere d'amore senza compromessi. 
Questo ottimismo imprevedibile fa ben sperare. 
Sperimentale? Sì. E Malick si fa riconoscere, nel bene e nel male: il suo stile è inconfondibile. Affascina questa inafferrabilità delle cose. 
Da vedere per curiosità. Consigliato a metà. 


Voto: **1/2








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