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domenica 13 dicembre 2015

Roger Dodger di Dylan Kidd, commedia drammatica piena di dialoghi e con due bravi attori protagonisti. Qualche difetto (come il parlarsi addosso) non ne sminuisce il fascino

Oggi vi voglio parlare di un film di qualche anno fa. Una commedia drammatica piuttosto anomala e non del tutto riuscita ma accattivante. È stata presentata con un buon successo alla Mostra del Cinema di Venezia.
Mi sto riferendo a Roger Dodger di Dylan Kidd.
Ecco la recensione:




 
Roger Dodger di Dylan Kidd del 2002. Con Campbell Scott, Jesse Eisenberg, Isabella Rossellini, Elizabeth Berkley, Jennifer Beals, Ben Shenkman, Mina Badie, Chris Stack. New York. (104 min. ca.)
Roger (Scott) è un pubblicitario in ascesa e amante del capo Joyce (Rossellini), è e si proclama grande seduttore. Quando suo nipote sedicenne Nick (Eisenberg) un giorno appare sul posto di lavoro, non perde l'occasione per insegnargli delle tecniche per abbordare ragazze. Il ragazzo, forse, lo surclasserà. 











Commedia drammatica, cinica, ben realizzata e recitata sullo sfondo di una New York prevalentemente notturna ("The city that doesn't sleep"). 
Montaggio serrato, camera a spalla rendono tutto molto affascinante. 
Scritta bene con una trama un po' scarna che punta tutto sui dialoghi ridondanti e pseudo-sociali e provocatori. Rischia in più casi - per questo motivo - di diventare un po' troppo forzata e di parlarsi addosso. 
Viene però riscattato dalla bella interpretazione dei protagonisti: uno sprezzante e arrogante Campbell Scott perfettamente in parte e un Jesse Eisenberg che gli tiene testa in modo naturale. Carismatica (ma fa ben poco) Isabella Rossellini. Piccoli ruoli anche Elizabeth Berkley e Jennifer Beals (il suo personaggio però si fa ricordare). 
Bella la colonna sonora di Craig Wedren che ricorda in alcuni casi (lontanamente) Aphex Twin. 
Un piccolo film ricco di difetti, ma coinvolgente, simpatico - a tratti, quando, volutamente, diventa irritante - e ispirato (forse è valido più per lo stile che per i contenuti, in effetti). 
Da vedere. Consigliato.


Voto: **1/2/***






Il trailer:







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martedì 23 giugno 2015

Ombre di John Cassavetes, film sperimentale di respiro europeo (sullo stile della Nouvelle Vague), molto appassionato, ben costruito e girato. Un gioiellino da riscoprire

Oggi vi voglio parlare di un film di molti anni fa. Un film americano d'avanguardia diretto da un grandissimo regista.
Mi riferisco a Ombre di John Cassavetes.
Ecco la recensione:





Ombre (Shadows) di John Cassavetes del 1959. Lelia Goldoni, Ben Carruthers, Hugh Hurd, Anthony Ray, Rupert Crosse, Tom Reese, Dennis Sallas, David Jones, David Pokitillow, Bobby Darin. (79 min. ca.)
New York. Due fazioni di giovani bianchi e di colore. I primi un po' girovaghi, i secondi musicisti. Al centro l'amore tra Lelia (Goldoni), afroamericana (ma molto chiara di pelle), pittrice e un musicista bianco, che porterà lo scompiglio nella famiglia di lei. Il fratello, cantante, non approva la relazione nonostante anche il ragazzo dopo un momento di smarrimento, voglia proseguire il rapporto. 























Pellicola indipendente sperimentale (nei titoli di coda appare la scritta: "The film you have just seen was an improvisation") che racconta l'altro volto delle relazioni interraziali. Scandito da un montaggio rapido a ritmo di jazz, ma con una capacità di cogliere i particolari degli sguardi (caratteristica di Cassavetes in ogni suo lavoro) e dei volti, palesemente sullo stile della Nouvelle Vague che si stava diffondendo in Francia (ovviamente portato nel contesto metropolitano newyorkese): stesso realismo, stesso modo di cogliere l'attimo, stessa "grossolanità" e schiettezza e sì, anche l'uso della musica è uguale. 
Bravi gli attori (anche se la recitazione è - volutamente - enfatica in alcuni momenti), ottima la fotografia in bianco e nero. L'uso della macchina da presa realmente geniale. 
Inoltre, anche se si tratta di pura avanguardia (tra l'altro questa è la seconda versione. La prima era stata girata nel 1957, due anni prima) e una vera e propria opera d'arte, coinvolge, appassiona e incuriosisce. 
Il ritmo è sempre teso. Probabilmente si perde un po' nel finale poiché non è solo la questione dello scontro razziale che interessava a Cassavetes, quanto mostrare tutti e due i gruppi allo sbando, perduti e sottolineare quanto non ci fossero vere differenze. 
Un film prezioso e particolare. 
Da vedere assolutamente. Consigliatissimo. 
(In una scena all'interno di un locale si intravede anche una giovanissima Gena Rowlands).


Voto: ****









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martedì 14 ottobre 2014

CULT: I guerrieri della notte di Walter Hill, film in una New York notturna con le bande della città che si danno la caccia. Toni fumettistici, situazioni incalzanti ed ironia per una pellicola che ha fatto scuola

Oggi vi voglio parlare di un film interesante e particolare. Un cult.
Mi riferisco a I guerrieri della notte di Walter Hill.
Ecco la recensione:




 
I guerrieri della notte (The Warriors) di Walter Hill del 1979. Con Michael Beck, James Remar, Dorsey Wright, David Harris, Roger Hill, David Patrick Kelly, Tom McKitterick, Terry Michos, Thomas G. Waites, Ginny Ortiz, Marcelino Sánchez, Paul Greco, Brian Tyler, Lynne Thigpen, Deborah Van Valkenburgh. (93 min. ca.)
Tratto dal romanzo di Sol Yurick. Nel Bronx si riuniscono tutte le bande criminali della città di New York che ne controllano i vari quartieri. Il bel raduno apparentemente pacifico viene sconvolto dall'uccisione di Cyrus, il capo supremo, da parte di Luther (Kelly) della banda dei Rogues che dà la colpa a Cleon (Wright), capo dei Warriors (Guerrieri). A quel punto tutti scappano ed effettivamente i componenti dei Warriors vengono inseguiti e ricercati sia dalla polizia che dalle altre bande che hanno creduto alla parola di Luther. Con Swan (Beck) come nuovo capo se la daranno a gambe per poter arrivare in salvo a Coney Island, correndo, affrontando nemici, prendendo più volte la metropolitana. Riusciranno a farsi valere e a chiarire l'equivoco.






























Film notturno (come molti altri film dell'epoca e anni successivi. Sullo stesso stile si recuperi 1997: fuga da New York* di Carpenter), in cui la chiave è la caccia gatto-topo con tutti gli stereotipi del caso (i cattivi ma stupidi e i cattivi con dignità e una loro etica) e funziona proprio perché sono ben caratterizzati pur rimanendo molto fumettistici (appaiono delle vere e proprie vignette come nei comics. In questo era molto avanti).
Ciò che colpisce inoltre è lo sfruttamento degli spazi, che siano strade, parchi o l'interno delle stazioni della metro. Luoghi claustrofobici nei quali i protagonisti si sanno destreggiare muovendosi con circospezione.
Coinvolgente, ritmato (grazie al montaggio perfetto) e con una sceneggiatura semplice e lineare, riesce a coinvolgere e a non annoiare per l'assenza di prolissità (è anche di breve durata), per quella punta di ironia - che vuole dire allo spettatore di non prendere sul serio le situazioni proposte - e per la musica incalzante e accattivante.
Degli attori pressoché sconosciuti, spiccano per forza di cose Michael Beck, all'altezza del suo ruolo e l'antipatico David Patrick Kelly, che ha la faccia giusta.
Diventato un vero e proprio cult (anche per incidenti vari quando fu distribuito nelle sale), è puro intrattenimento piacevole.
Da vedere anche solo per curiosità. Consigliato.

* Mia recensione

Voto: ***









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