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venerdì 11 agosto 2017

Les Amours Imaginaires di Xavier Dolan, film drammatico/sentimentale originale, creativo, mai banale. Dolan, alla sua seconda regia, si riconferma un genio

Oggi vi voglio parlare di un film di qualche anno fa. Un film drammatico/sentimentale diretto da un autore giovanissimo (di cui ho già scritto molto. Lo venero).
Mi riferisco a Les Amours Imaginaires di Xavier Dolan.
Ecco la recensione:






Les Amours Imaginaires di Xavier Dolan del 2010. Con Monia Chokri, Niels Schneider, Xavier Dolan, Anne Dorval, Louis Garrel. (95 min. ca.)
Francis (Dolan) e Marie (Chokri), amici già da tempo, si innamorano dello stesso ragazzo, Nicolas (Schneider), una persona colta, sensibile all'arte e al buon gusto. Cercheranno di "strapparselo" l'un l'altra con risultati deleteri. Sarà meglio così?

















Secondo film da regista dell'autore "tuttofare" Xavier Dolan. In questo caso mette in scena una tematica più leggera rispetto allo struggente ed intenso J'ai tué ma mère*.
Eppure, nonostante il tema dell'amore non corrisposto sia stra-abusato, lui è riuscito a renderlo non banale e mai prevedibile, con trovate non solo originali ma personali.
Per le scelte visive, concettuali e creative. Per colori (magnifica come sempre anche la fotografia), musiche (ricorrente Bang Bang interpretata in italiano da Dalida), montaggio eccezionale (suo).
È un film drammatico/sentimentale vivo, che sprigiona vitalità e personalità, stilisticamente maturo, come lo è sempre e da sempre il suo autore, vero e proprio genio contemporaneo.
Non si può che ammirare i suoi lavori, ammutoliti, con la bocca spalancata e sentirsi piccoli piccoli rispetto a lui così giovane ma così capace.
Anche nella direzione degli attori (e di se stesso. Bravissimo, per altro), nel cogliere i più piccoli particolari, per quel suo sguardo così sensibile e dissacratorio sulle cose.
Probabilmente non sarà la sua opera migliore, ma è comunque convincente.
Da vedere. Consigliatissimo.


*Mia recensione
Voto: ***1/2






Il trailer:









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martedì 6 dicembre 2016

Bridget Jones's Baby di Sharon Maguire, terzo capitolo sulla simpatica zitellona inglese, qui alle prese con un altro triangolo (che comprende nuovamente Mark Darcy) e con un bambino (in arrivo). Mediocre, senza brio

Oggi vi voglio parlare di un film uscito poco tempo fa nelle sale e che ha avuto un grande successo.
È il terzo film di una saga amatissima.
Mi riferisco a Bridget Jones's Baby di Sharon Maguire.
Ecco la recensione:





 
Bridget Jones's Baby di Sharon Maguire del 2016. Con Renée Zellweger, Colin Firth, Patrick Dempsey, Emma Thompson, Sarah Solemani, Sally Phillips, James Callis, Shirley Henderson, Neil Pearson, Kate O'Flynn, Jim Broadbent, Gemma Jones, Celia Imrie, Joanna Scanlan, Patrick Malahide, Ed Sheeran. (122 min. ca.)
Bridget Jones (Zellweger) è arrivata alla bellezza di quarantatrè anni, ha finalmente delle soddisfazioni professionali ma è di nuovo single. Durante un campeggio per un festival musicale va a letto con Jack (Dempsey), belloccio ricco che ha fatto fortuna creando un "algoritmo dell'amore". Giorni dopo ad un battesimo passerà una notte di passione con il suo ex e suo più grande amore Mark (Firth). Dopo pochi giorni si scopre incinta. Il problema è che non sa chi sia il padre tra i due. 












Terzo capitolo della saga di Bridget Jones, questa volta senza essere basato su un romanzo di Helen Fielding, ma con la regista che aveva diretto la prima pellicola. 
Una specie di revival (senza Hugh Grant) molto sgonfio nonostante le numerose risate (forzate). Le situazioni sono senza brio, il ritmo è altalenante, la sceneggiatura zoppica qua e là (nonostante sia firmata anche da Emma Thompson). 
Il cast funziona con riserva. Renée Zellweger è sempre abbastanza simpatica inizialmente (nonostante il viso stravolto dai ritocchi di chirurgia plastica che le rendono la pelle piena di pieghe appena accenna qualche smorfia tipica del personaggio), ma sembra piuttosto incolore e svogliata. Colin Firth appare invecchiatissimo, spento, imbolsito (anche se sempre elegante). Patrick Dempsey ha una faccia da stoccafisso e ha poca verve anche lui. L'unica veramente simpatica e carismatica è Emma Thompson (se non si fosse limitata - presumibilmente - a mettere il becco solo sulle battute, sarebbe uscita una commedia veramente spiritosa e tagliente. Invece tutto appare scontato, banale). 
Il resto poca roba. Solite volgarità, parolacce a dismisura (va bene che gli inglese non si trattengono, ma c'è un limite) che in Che pasticcio,Bridget Jones!* invece venivano adoperate con parsimonia, dando più spazio alle battute e alle scene comiche. 
Un film mediocre, che si lascia guardare per amore di continuità. Pessima (come di consueto) la colonna sonora (a parte tre o quattro pezzi non recenti). 
Da vedere solo per curiosità. 

*Mia recensione
Voto: *1/2






 Il trailer:






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domenica 21 febbraio 2016

Domenica, maledetta domenica di John Schlesinger, dramma particolare e coraggioso che racconta il rapporto disfunzionale di due persone innamorate dello stesso uomo. Un film libero e straniante. Ottimi i protagonisti Finch-Jackson-Head

Oggi vi voglio parlare di un film di parecchi anni fa. Un film drammatico molto particolare di un autore bravissimo ma un po' discontinuo negli ultimi anni della sua carriera. Con un ottimo cast.
Mi riferisco a Domenica, maledetta domenica (sì, oggi è domenica, ma non è una cosa voluta) di John Schlesinger.
Ecco la recensione [ATTENZIONE, immagini e testo SPOILER]:





Domenica, maledetta domenica (Sunday Bloody Sunday) di John Schlesinger del 1971. Con Peter Finch, Glenda Jackson, Murray Head, Peggy Ashcroft, Tony Britton, Maurice Denham, Bessie Love, Vivian Pickles, Frank Windsor, Thomas Baptiste, Richard Pearson, June Brown. (110 min. ca.)
Alex Greville (Jackson), donna in carriera, divorziata e innamorata di Bob (Head), un artista/designer più giovane di lei. Quest'ultimo però ha una relazione con il Dr. Daniel Hirsh (Finch). Il temperamento volubile del ragazzo farà soffrire tutti e due i suoi amanti. 



















Dramma molto particolare, fuori da tutti canoni e i generi che riesce a parlare di temi spinosi (non soltanto per l'epoca) e a mostrare scene forti e provocatorie (il cane messo sotto da un furgoncino, il bambino che fuma erba) con una naturalezza disarmante pur usando dei toni quasi surreali. 
I personaggi sono molto complessi, i dialoghi molto ricercati, le situazioni realistiche ma estremizzate, caricate. Anche la recitazione a volte è volutamente sopra le righe. 
Gli attori sono tutti ottimi. Su tutti Glenda Jackson e Peter Finch come sempre espressivi e carismatici. Murray Head è perfettamente in parte. 
La regia e il montaggio (anche sonoro) sono perfetti: alcune scene risultano toccanti e originali proprio per la cura dei particolari, per l'uso degli oggetti di scena, degli interni (anche in auto), della musica classica. 
È una delle prime pellicole in cui si vedono scene di baci e di sesso gay, presentate anche in questo caso con molta spontaneità, dato che il nocciolo della questione era più il rapporto disfunzionale fra i tre (tra l'altro Alex va a letto con un altro) e lo struggimento tra i due innamorati dello stesso uomo. Insomma, non giudica. 
Un aggettivo per descrivere questo film: libero. E sperimentale, coraggioso, straniante, sorprendente ancora oggi. Ha vinto parecchi premi, tra cui un David di Donatello per il Miglior Regista Straniero. 
Da vedere. Consigliatissimo. 


Voto: ***1/2










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