Oggi vi voglio parlare di un'opera recente. Un documentario diretto da un grande autore e regista, che fa molto riflettere.
Mi riferisco a Lo
and Behold - Internet: il futuro è oggi di Werner Herzog.
Ecco la recensione:
Lo
and Behold - Internet: il futuro è oggi (Lo and Behold, Reveries of the Connected World) di
Werner Herzog del 2016. (98 min. ca.)
Documentario sull'impatto che ha la
tecnologia sull'esistenza dell'uomo.
Si parla di internet (anche la
dipendenza da questo), di possibili blackout, degli hacker, della
robotica.
Il tutto con uno sguardo critico. Gli argomenti vengono
analizzati e confutati, le interviste sono ben montate, c'è ritmo e
gli esperti (che siano scienziati o fisici o informatici, ecc....)
sono stati selezionati accuratamente in modo da lasciare lo
spettatore soddisfatto sì, ma con quel dubbio (le opinioni sono
talvolta contrarie, eppure condivisibili) che è proprio dell'essere
umano in realtà, perciò diventa una specie di metafora dell'opera
stessa.
Inoltre crea ansia ed inquietudine, vuoi per i temi trattati
(in dieci capitoli) che per le immagini così taglienti e
provocatorie (esattamente come lo humor dello stesso Herzog, voce
narrante tra l'altro nella versione originale), evocative.
La
bellezza di questo documentario, a parte l'armonia, la solidità
delle tesi dimostrate, è la capacità di intrattenere ed interessare
anche chi è lontano da certi concetti (filosofici, matematici,
informatici....), mescolando la storia con pensieri astratti o con
testimonianze dirette (come sempre un po' filtrate e rese
melodrammatiche e surreali per un certo verso).
Un piccolo gioiellino che riesce a cambiare lo
sguardo sulla tecnologia, fa riflettere, rimanendo a lungo impresso.
Da vedere assolutamente. Consigliatissimo.
Voto: ****
Il trailer:
Voi l'avete visto? Cosa ne pensate?
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Oggi vi voglio parlare non di un film, bensì di un documentario. Un documentario che ha avuto molto successo anche se è rimasto poco nelle sale.
Mi riferisco a The Beatles: Eight Days a Week - The Touring Years di Ron Howard.
Ecco la recensione:
The Beatles: Eight Days a Week - The
Touring Years di Ron Howard del 2016. (110 min. ca.)
1961-1962, i primi anni
di tour snervanti per i quattro di Liverpool, i primi successi, il
finale di carriera con il famoso "concerto" sul tetto della
Apple Records nel 1969.
Documentario diretto da un Ron Howard in
stato di grazia che ripercorre - senza la pedanteria a comparti
stagni - la carriera della grandissima band inglese.
Lo stress,
l'isteria collettiva, il disagio di dover essere sballottati ogni
giorno in un posto diverso... il tutto con immagini di repertorio
legate tra loro da questo filo narrativo.
Grande importanza viene
data ai tour negli Stati Uniti: Howard prende così la palla al balzo
per parlare della società americana dell'epoca, la morte di Kennedy,
Martin Luther King, il progresso, ecc... e il segregazionismo.
Ebbene, in quel particolare momento storico pieno d'odio e di
razzismo, i Beatles vollero dare la possibilità a tutti, senza
distinzioni di colore della pelle, di partecipare al loro
concerto. In caso contrario avrebbero rinunciato.
Ma è anche un modo
per poter ascoltare le testimonianze di due amatissime attrici come
Whoopi Goldberg e Sigourney Weaver e la loro esperienza da spettatrici
e vere fan piccolissime. Oppure di musicisti, compositori, cantanti,
cantautori (Elvis Costello, ad esempio) e gli stessi Paul McCartney,
Ringo Starr (e, nei filmati d'epoca George Harrison e John Lennon).
E, ovviamente, alcuni frammenti dei loro successi.
Anche se alcuni
album in particolare vengono trattati un po' troppo superficialmente,
comunque si ha l'occasione di poter gustare dei dietro le quinte e
capire come venivano create le canzoni, conoscere meglio la
creatività del gruppo, la ricerca musicale.
Il tutto senza mai un
calo di attenzione, con un ritmo sempre costante e pieno di
curiosità, mostrando anche la simpatia, la naturalezza di questi
quattro giovani che si sono creati dal nulla (certo, con dei bravi
manager e produttori alle spalle).
Decisamente sopra la media
rispetto a documentari frammentari e pesanti.
Da vedere assolutamente
(i seguaci del gruppo ne rimarranno estasiati). Consigliatissimo.
Voto: ***1/2
Il trailer:
Voi l'avete visto? Cosa ne pensate?
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Oggi vi voglio parlare di un documentario. Un documentario che ha fatto e sta facendo discutere.
Mi riferisco a Fuocoammare di Gianfranco Rosi.
Ecco la recensione:
Fuocoammare di
Gianfranco Rosi del 2016. Con Pietro Bartolo, Samuele Caruana, Maria
Costa, Mattias Cucina, Giuseppe Fragapane, Francesco Mannino,
Francesco Paterna, Samuele Pucillo, Maria Signorello. (114 min. ca.)
Lampedusa. Una
famiglia di pescatori e gli immigrati che arrivano allo stremo delle
forze con i barconi. Due realtà, due tipi di povertà.
Documentario
- già vincitore dell'Orso d'Oro a Berlino, che ha fatto tanto chiacchierare in questi giorni perché, se tutto
andrà bene, verrà presentato agli Oscar per il Miglior Film
Straniero e non come Miglior Documentario, che
riesce a raccontare con semplicità e senza sovrastrutture la vita a
Lampedusa.
Ha fatto scalpore per via di scene crude con cadaveri e
persone in evidente pericolo di vita. Effettivamente, l'indugiare su
certe immagini potrebbe risultare disturbante, eppure non sembra mai
una cosa gratuita.
Tenere invece le scene del piccolo Samuele e
quelle del dott. Bartolo, che aiuta come può quelle povere persone.
Bravissimi tuti gli attori non professionisti.
Un documentario molto
ispirato, un docu-film si può dire, in cui non solo i contenuti sono
importanti, ma anche la forma, lo stile.
Dal ritmo sempre teso ha
anche una sceneggiatura molto più solida rispetto al pur bello Sacro Gra*: non gira attorno alle questioni, le prende di
petto. Istruttivo (fa pensare), interessante e coinvolgente. Di sicuro rimane impresso.
Da vedere
assolutamente. Consigliatissimo.
Voto: ***1/2
Il trailer:
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Oggi vi voglio parlare di un documentario. Un documentario recente su una fotografa in attività dagli anni '50 circa fino agli '80, la quale però non aveva mai pubblicato niente. Anzi, sembrava accatastare le sue opere in casse, valigie...
Mi riferisco a Alla ricerca di Vivian Maier di John Maloof e Charlie Siskel.
Ecco la recensione:
Alla ricerca di Vivian Maier (Finding Vivian Maier) di
John Maloof e Charlie Siskel del 2013. Documentario che racconta di
come il giovane storico John Maloof sia venuto a contatto con il
materiale (quasi totalmente non sviluppato) di una talentuosissima
fotografa di nome Vivan Maier. Viaggi in Francia per scoprire dove
viveva - e ancora abita - qualche suo parente, interviste ai quelli
che erano stati i bambini a cui aveva fatto da tata. Perché sì, lei
si guadagnava da vivere lavorando o come donna delle pulizie o come
baby-sitter (mansione che la lasciava libera di andare in giro e
fotografare le persone - da consumata ritrattista - e i vari soggetti principalmente nelle
strade).
Il quadro che ne viene fuori è quello di una donna acuta,
che sapeva cogliere il momento mediante lo scatto fotografico, ma
anche stramba, meticolosa (collezionava di tutto, soprattutto
giornali con notizie di cronaca nera), fissata e un po' disturbata
(anche per come trattava i bambini che teneva). Forse è proprio
quella sua bizzarria, questo modo brusco e misterioso di rapportarsi
con gli altri (spesso firmava e faceva affari con un cognome diverso.
Smith, ad esempio) ad averle in qualche modo impedito di pubblicare -
o perlomeno di mostrare a chi di dovere - le sue opere.
Il
quantitativo di foto che sono state sviluppate recentemente negli
scorsi anni è imbarazzante. E tutte - o in gran parte, a quanto si è
capito - notevoli.
Il documentario non è pedante, non si ripete
troppo come accade di frequente con questo genere, bensì si addentra
piano piano, facendoci vedere gli scatti, spezzoni di filmini
casalinghi (nei quali compare anche lei. Anche in molte foto è
presente anche per mezzo di autoscatto), registrazioni audio su cassetta.
È ben articolato e conserva
dall'inizio alla fine quella sottile tensione da giallo.
Pur essendo
di fattura piuttosto standard e schematico, è incisivo, conciso e
riesce ad incuriosire lo spettatore, spingendolo a voler saperne di
più, a voler conoscere altri artisti - famosi - a lei affini. Perché
lei era un'artista. Inconsapevole (più o meno), ma pur sempre
un'artista.
Un documentario affascinante (non stupisce che abbia
ricevuto tanti premi e altrettante nomination). Da vedere.
Consigliatissimo.
Voto: ***1/2
Il trailer:
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Oggi vi voglio parlare di un documentario che è rimasto in programmazione solo due giorni (il 19 e il 20 ottobre) come evento speciale. Un documentario particolare, dedicato ad una delle più grandi dive e attrici del cinema.
Mi riferisco a Io sono Ingrid di Stig Björkman.
Ecco la recensione:
Io sono Ingrid(Jag är Ingrid)di Stig Björkman del 2015. Con Jeanine Basinger, Pia Lindström, Fiorella Mariani, Isabella Rossellini, Isotta Rossellini. (114 min. ca.)
Ingrid Bergman, un'attrice che non ha bisogno di presentazioni né di più di tante biografie.
Questo documentario non vuole essere una biografia. O almeno non solo, non in senso stretto. Non è il classico documentario freddo, seppur vengano rispettati degli schemi e un ordine cronologico per raccontare i punti salienti della sua vita.
È più un omaggio, un ricordo dei figli (soprattutto della sua prediletta - nonché somigliantissima - Isabella Rossellini).
Un tributo ad una donna che è stata madre e soprattutto personaggio criticato - addirittura persona non grata - dopo la sua unione con il regista Roberto Rossellini da cui ha avuto appunto tre figli: il primo, Roberto (detto anche Robertino) e le gemelle Isabella e Isotta. E il conseguente abbandono "parziale" della figlia Pia, avuta dal primo marito, che anche in questa occasione, nonostante l'amore che ancora prova, non si lascia sfuggire qualche frecciatina su come per lei non sia stata poi un'ottima madre perché poco presente, sempre pronta a sfuggire di qua e di là.
Il punto è che la Bergman era una vera e propria artista, una donna intelligente, anticonvenzionale e consapevole delle proprie possibilità, delle proprie capacità (ed anche dei limiti. Come l'incapacità - anche per via della formazione americana - di improvvisazione, diceva lei. Come se recitare con una gamba ingessata a teatro per mesi per non far cancellare la tournée non fosse improvvisare...). Un animale da palcoscenico e una persona che, nonostante la grande timidezza (abbassava sempre lo sguardo, particolare rilevante), aveva bisogno di stare libera e di esprimersi attraverso la recitazione.
E molto ironica e lucida.
Tutto ciò viene sottolineato dagli stralci di interviste e qualche traccia audio radiofonica con l'attrice svedese che con molta sincerità non si nasconde, non si lascia impaurire dalla stampa e da domande un po' personali.
Comunque non si va mai troppo in là, non viene mai mostrato niente di sconveniente, non vengono usati toni polemici.
Il ritratto viene realizzato soprattutto attraverso un collage di frammenti dei filmini amatoriali che lei stessa era solita fare a tutto e a tutti (perfino ad Hitchcock, anche se i soggetti preferiti erano i figli) alternati a qualche piccolissimo aneddoto dei figli - per l'appunto - e alla lettura (molto telefonata) del suo diario (in originale la voce è di Alicia Vikander).
Unico istante al di fuori del contesto familiare è la breve intervista a Sigourney Weaver e a Liv Ullmann. La prima aveva lavorato con lei in uno spettacolo teatrale e la ricorda come una persona gentile, per niente arrogante e con una grazia ed eleganza - nonostante l'altezza - da prendere d'esempio.
La seconda la rammenta quando avevano lavorato insieme in Sinfonia d'autunno di Ingmar Bergman: della testardaggine nel voler fare a modo suo e come invece il Maestro la rimettesse a posto. In maniera bonaria. E i filmati del dietro le quinte mostravano momenti di discussioni e confronto ma altrettanti molto distesi e ricchi di risate (nonostante lei stesse già male). Un film quello, quasi biografico per le vicende di questa madre artista poco presente nella vita della figlia.
Ripetizioni, curiosità neanche troppo sconosciute.
Sicuramente i veri ammiratori di Ingrid Bergman che hanno letto la sua meravigliosa e divertente autobiografia La mia storia (come la sottoscritta) sapranno già tutto e anche di più e avranno già appurato quanto sia stata una donna appassionata, dedita al suo lavoro (che sentiva come una necessità), spiritosa, autoironica.
Ma non importa. È un documentario affettuoso. L'amore dei suoi cari si sente e viene percepito anche dallo spettatore che pare essere entrato in una dimensione familiare, intima, per pochi. Cosa importantissima in un genere solitamente troppo a compartimenti stagni e rigoroso.
Non è perfetto cinematograficamente parlando, né per il montaggio e neanche per la costruzione degli eventi. Stig Björkman ogni tanto perde il controllo delle cose (non l'obiettivo).
Eppure prende e dispiace finisca.
Perché diciamocelo, Ingrid Bergman è ancora nell'immaginario collettivo (anche per i suoi lavori, certo) e il suo carisma, il suo splendido sorriso abbagliante e spontaneo, i suoi occhi vispi e dolci mancano a tutti gli appassionati di cinema e il vederla ancora (o per la prima volta) sul grande schermo riempie di gioia.
Belle ed efficaci - come al solito - le musiche di Michael Nyman.
Da vedere (ormai in DVD). Consigliato.
Voto: ***
Il trailer:
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