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lunedì 30 gennaio 2017

ANTEPRIMA #Oscar2017 #AcademyAwards2017 - Moonlight di Barry Jenkins, film drammatico di formazione tra droga, bullismo e omosessualità. Piuttosto pretenzioso, con qualche scena riuscita

Oggi vi voglio parlare di un film in uscita tra poco nelle sale. Un film con ben otto nomination agli Oscar. Non del tutto meritatamente, a mio avviso.
Mi riferisco a Moonlight di Barry Jenkins.
Ecco la recensione:






Moonlight di Barry Jenkins del 2016. Con Trevante Rhodes, Janelle Monáe, Naomie Harris, André Holland, Mahershala Ali, Ashton Sanders, Jharrel Jerome. (111 min. ca.)
La storia di Chiron, un afroamericano deriso da tutti fin da piccolo per una sua presunta omosessualità e con una madre tossicodipendente. Cresciuto da uno dei boss del luogo (Miami), Chiron impara a farsi strada, ma rimane sempre in fondo in fondo se stesso. 











Film candidato addirittura ad otto Oscar che in realtà non è nulla di che ed anzi, appare pretenzioso. Diviso in capitoli, è una specie di autobiografia del regista. 
Le vicende vengono tirate per le lunghe (con tempi dilatati) e sembrano imbastite per creare un certo sensazionalismo. 
Qualcosa funziona: la fotografia ad esempio, elemento importantissimo per caratterizzare i personaggi, le varie scene. Oppure alcuni momenti fondamentali per la crescita degli stessi. La scena della tavola calda verso l'epilogo è molto intensa e ben recitata. 
Il finale invece risulta un po' stucchevole, d'effetto. 
Anche il cast è un po' altalenante. Se Trevante Rodes, André Hollande e Naomie Harris sono in parte, altri del folto gruppo dimostrano tutta la loro inesperienza. 
Un film piuttosto affascinante, dalle belle atmosfere ma che sembra voler essere alternativo/indie, apparendo bensì finto. 
Anche questo è nella rosa degli “acchiappa-Oscar” e “quota black”. 
Da vedere per curiosità. Consigliato a metà.


Voto: **1/2






Il trailer:








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martedì 28 giugno 2016

Weekend di Andrew Haigh, dramma sentimentale che racconta l'incontro e l'affinità - che a breve diventa qualcosa di più che una storiella di una notte - tra due ragazzi inglesi. Tempi riflessivi, naturalezza per un film di grande sensibilità

Oggi vi voglio parlare di un film piuttosto recente. Un film controverso di un autore molto, molto interessante.
Mi riferisco a Weekend di Andrew Haigh.
Ecco la recensione:





Weekend di Andrew Haigh del 2011. Con Tom Cullen, Chris New. (96 min. ca.) 
Russell (Cullen) e Glen (New) si conoscono in un locale gay. Molto poco romanticamente finiscono subito a letto, ma col passare delle ore, quella che poteva sembrare solo una cosa di una notte, si trasforma in qualcosa di più. Purtroppo però Glen che "cerca" di diventare un artista, deve partire per gli Stati Uniti per frequentare un corso di due anni. 











Dramma sentimentale che parla di un incontro e di una relazione senza futuro. 
Russell è un timido bagnino che ancora non ha accettato del tutto la sua natura, almeno non apertamente, che tuttavia sogna l'amore romantico. Glen al contrario vorrebbe gridarlo ai quattro venti e addirittura usare la tematica dell'omosessualità per un suo progetto di arte (mediante interviste). Due personalità diverse che si attraggono e si desiderano ed entrano subito in una profonda intimità (non meramente fisica): diventano confidenti, chiacchierano, si confrontano (e finiscono anche per scontrarsi dopo aver fatto uso massiccio di droga). 
Andrew Haigh, regista del meraviglioso 45 anni*, riesce a realizzare un'opera solida pur con uno stile scarno, essenziale, che esalta i due protagonisti. Tutti e due perfetti per il ruolo, mai sopra le righe. 
Ed è proprio la naturalezza ad essere la caratteristica principale: in fondo è una storia semplice, di due giovani qualunque (anche il fatto che Russell viva in quel palazzone così anonimo conferma questa teoria) che si trovano e in poco tempo si innamorano. Sì, ci sono molte scene di sesso esplicito, viene mostrata un'assunzione fuori misura di droghe (e forse è l'unica cosa che potrebbe dar più fastidio), ma nulla che sconvolga poiché in collegamento con la relazione e il bisogno che hanno uno dell'altro. In tutto il mondo ha avuto critiche positive, qui da noi la CEI ha messo il becco e il risultato è che il film è stato distribuito in poche sale per soltanto quattro giorni (dopo quattro anni dalla sua realizzazione). 
Un piccolo film – di grande sensibilità - per una piccolissima (ma non insignificante) storia. 
Il finale è talmente vicino e realistico anche nell'usare i cliché da toccare e stupire per questo sguardo così limpido e disarmante che Haigh ha sugli aspetti della quotidianità, anche nei piccoli dettagli (il ritmo molto lento non è casuale). 
Da vedere. Consigliato. 

*Mia recensione
Voto: *** 








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mercoledì 4 maggio 2016

Little Fish di Rowan Woods, film indipendente australiano che racconta la storia di una donna ex eroinomane il cui passato bussa alla porta proprio quando sta cercando di andare oltre. Piatto, sottotono. Neanche la protagonista Cate Blanchett riesce ad alzarne il livello

Oggi vi voglio parlare di un film di qualche anno fa. Un piccolo film decisamente poco riuscito nonostante gli attori.
Mi riferisco a Little Fish di Rowan Woods.
Ecco la recensione:




 
Little Fish di Rowan Wood del 2005. Con Cate Blanchett, Sam Neill, Hugo Weaving, Martin Henderson, Noni Hazlehurst, Dustin Nguyen, Joel Tobeck, Susie Porter. (114 min. ca.)
Tracy Heart (Blanchett) cerca di tirare avanti gestendo un videonoleggio nella periferia (quartiere cinese) di Sydney. Tracy ha un passato da eroinomane, ma ora sembra intenzionata a chiedere un prestito, rilevare il negozio e prendere in mano la sua vita, rimanendo sempre sorvegliata dalla madre. La frequentazione del vecchio amico Lionel Dawson (Weaving) che lei riforniva di droga e che ancora ne fa uso e soprattutto il ritorno del suo vecchio fidanzato Jonny Nguyen (Nguyen), uno spacciatore di droga che le racconta di essere "pulito", avranno di nuovo una cattiva influenza. 











Film drammatico che racconta una storia semplice di una persona sempre borderline, sul filo del rasoio, che vorrebbe essere uscita dal suo brutto giro, ma che, per forza di cose, è tentata a rientrarci. Interessante questa ambiguità, però la cosa finisce qui. 
Ci sono dei personaggi squallidi, si cerca di rappresentare quel mondo con realismo, eppure il risultato è mediocre. 
La regia è poco solida e soprattutto non si sa che strada voglia prendere la storia (fin troppo criptica), segno che la sceneggiatura ha delle enormi carenze. 
Dispiace per gli attori. In particolare per Cate Blanchett che si impegna sempre tanto e prende parte a questi piccoli film indipendenti prodotti nel suo Paese con entusiasmo. Purtroppo in questo caso, nonostante la sua solita bravura, il suo solito carisma e l'espressività eccezionale, appare spaesata. La sua fragile Tracy è convincente, è il resto a mancare. Sam Neill è sprecato, così come il bravo Hugo Weaving. Inespressivo invece Dustin Nguyen. 
La storia d'amore tra Jonnye Tracy è quanto di più finta e poco convincente ci possa essere. Inoltre non c'è chimica tra i due (e non è colpa dell'ambiente malato e degradato). 
Il finale, che vorrebbe essere visionario e onirico, appare invece tirato via, poco plausibile e piazzato alla bell'e meglio. 
Un film glaciale, senza vere scene madri o strappalacrime (e ciò sarebbe un bene, se non fosse che la trama si snoda in senza guizzi). Piatto, sottotono. 
Un disastro. 
Da vedere soltanto per curiosità (magari se si è fan della Blanchett). Sconsigliato. 


Voto: **






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venerdì 29 aprile 2016

CULT anni '80 - Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Uli Edel, film drammatico sui giovani tossicodipendenti nella metà degli anni '70 a Berlino. Crudo, disturbante, nauseante: arriva al dunque e non gira intorno al tema. Bravi gli attori protagonisti, tutti minorenni. Colonna sonora del grandissimo David Bowie (che compare come cameo)

Oggi vi voglio parlare di un film ormai di parecchi anni fa. Un film simbolo - purtroppo o per fortuna - simbolo di una generazione allo sbando.
Mi riferisco a Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Uli Edel.
Ecco la recensione:





Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino (Wir Kinder vom Bahnhof Zoo) di Uli Edel del 1981. Con Natja Brunckhorst, Thomas Haustein, Christiane Reichelt, Jens Kuphal, Rainer Woelk, Jan Georg Effler, Daniela Jaeger, Kerstin Richter, David Bowie. (125 min. ca.)
Metà degli anni '70. La quasi quattordicenne Christiane F., figlia di genitori separati (la sorella più piccola va a vivere con il padre, lei rimane con la madre che ha un compagno), comincia a frequentare brutte compagnie nella discoteca Sound e soprattutto inizia a prendere confidenza con varie droghe. Ben presto, dagli acidi passerà all'eroina, spalleggiata anche dal suo fidanzatino Detlef (Haustein). Arriverà perfono a prostituirsi (come Detlef fa già, del resto) per procurarsi i soldi per la droga. Venirne fuori sembrerà quasi impossibile - nonostante un primo tentativo, poco convinto in realtà - ma ci riuscirà. 
































Film drammatico tratto dal libro omonimo (sorta di autobiografia, raccolta di interviste) della stessa Christiane F. (Christiane Vera Felscherinow). 
Molto legato al contesto, all'ambiente e figlio di quegli anni, ha un forte impatto ancora oggi. Ingiustamente accusato di spettacolarizzare l'uso di droghe e di essere addirittura di cattivo esempio per i giovani, è invece importantissimo e di enorme lezione contro l'assunzione di sostanze stupefacenti. 
Girato in modo molto realistico, è crudo, ha scene esplicite, mostra i fatti in maniera brutale, senza girarci troppo. Siringhe piantate sulle braccia, sul collo, sangue che schizza, vomito, crisi d'astinenza ("cold turkey"): Uli Udel non si fa problemi a rappresentare le cose come stanno, soprattutto coinvolgendo dei minorenni (nella finzione, ma anche nella realtà). 
Inoltre mostra il degrado delle zone intorno alla stazione di Berlino (le comparse erano veramente dei tossici), gli effetti devastanti della dipendenza, la mancanza di valori familiari e di vere figure genitoriali capaci di occuparsi dei figli. 
Insomma, pare assurdo che siano state rivolte tante critiche di quel genere: basterebbero soltanto piccoli stralci dell'opera per scoraggiare chi vorrebbe anche solo avvicinarsi a quel mondo. 
Gli attori, a parte le comparse, sono presi dalle scuole e Natja Brunckhorst - che aveva davvero quattordici anni all'epoca - era un'esordiente (ma ha continuato a fare l'attrice e la sceneggiatrice). Tutti molto bravi e credibili. Ruoli difficili da interpretare se non si ha provato sulla propria pelle tutta quella sofferenza. 
Un film suggestivo, disturbante, nauseante per il degrado e l'abbandono (in più forme, come accennato), notturno. 
Deve la sua notorietà anche alla magnifica colonna sonora: vengono utilizzate le canzoni di David Bowie (che ha un cameo nella scena del "suo" concerto a cui assiste la protagonista). 
Beninteso, questo particolare regala fascino però non gli si può dare la colpa di traviare gli spettatori: è semplicemente insito nella circostanza. Diventato subito, giustamente, un cult. 
Da vedere. Consigliato. 


Voto: ***/***1/2





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