venerdì 23 ottobre 2015

Il vecchio e il mare di John Sturges, film d'avventura tratto dal romanzo omonimo di Hemingway. Poetico e appassionato, con uno Spencer Tracy in piena forma. Risente un po' degli anni ma rimane comunque piacevole

Oggi vi voglio parlare di un film di molti anni fa. Un film diretto da un bravo regista, con un protagonista fantastico. Datato, ma affascinante.
Mi riferisco a Il vecchio e il mare di John Sturges.
Ecco la recensione:




 
Il vecchio e il mare (The Old Man and the Sea) di John Sturges del 1958. Con Spencer Tracy, Felipe Pazos, Harry Bellaver, Don Diamond. (86 min. ca.)
Cuba. Santiago (Tracy) è un vecchio pescatore sfortunato che ha come amico un ragazzino, Manolo (Pazos), che lo spinge ad andare avanti, a riprovarci. Santiago va quindi al largo con la sua barca e riesce a far abboccare un grosso marlin. Ci mette giorni a catturarlo, ma lui tenace nonostante la stanchezza e le lesioni alle mani, fa di tutto per non lasciarselo scappare. Purtroppo però arrivano gli squali che lo divorano. 














Tratta dal romanzo omonimo di Ernest Hemingway, è una vera e propria riduzione, molto concisa con un grande Spencer Tracy in piena forma e che sostiene in pratica tutta la pellicola, che ritorna ad interpretare un ruolo simile a quello di Capitani coraggiosi di Victor Fleming - per il quale aveva vinto l'Oscar - dopo vent'anni. 
Pomposa, riesce a rappresentare benissimo l'epica lotta solitaria di quest'uomo che vive per la pesca con lirismo, passione e drammaticità. La resa è accentuata dalle immagini sovraimpresse e il tentativo di effetti speciali, realmente funzionali al racconto. In quei momenti la regia dimostra un certo dinamismo.
Molto malinconica e suggestiva (anche per la fotografia). 
L'unico difetto enorme è il continuo uso della voce narrante fuori campo che spiega ogni cosa e che fin da subito risulta invadente anche se obbligatoria e inevitabile. 
Un film d'avventura datato ma che resta un bel tentativo di trasposizione emozionante e senza tanti fronzoli. 
Da vedere. Consigliato.


Voto: ***/***1/2








Il trailer:







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mercoledì 21 ottobre 2015

Io sono Ingrid di Stig Björkman, documentario che offre un ritratto intimo, familiare e onesto di una delle più grandi dive e attrici di tutti i tempi: Ingrid Bergman

Oggi vi voglio parlare di un documentario che è rimasto in programmazione solo due giorni (il 19 e il 20 ottobre) come evento speciale. Un documentario particolare, dedicato ad una delle più grandi dive e attrici del cinema.
Mi riferisco a Io sono Ingrid di Stig Björkman.
Ecco la recensione:




Io sono Ingrid (Jag är Ingrid) di Stig Björkman del 2015. Con Jeanine Basinger, Pia Lindström, Fiorella Mariani, Isabella Rossellini, Isotta Rossellini. (114 min. ca.)
Ingrid Bergman, un'attrice che non ha bisogno di presentazioni né di più di tante biografie.
Questo documentario non vuole essere una biografia. O almeno non solo, non in senso stretto. Non è il classico documentario freddo, seppur vengano rispettati degli schemi e un ordine cronologico per raccontare i punti salienti della sua vita.
È più un omaggio, un ricordo dei figli (soprattutto della sua prediletta - nonché somigliantissima - Isabella Rossellini).
Un tributo ad una donna che è stata madre e soprattutto personaggio criticato - addirittura persona non grata - dopo la sua unione con il regista Roberto Rossellini da cui ha avuto appunto tre figli: il primo, Roberto (detto anche Robertino) e le gemelle Isabella e Isotta. E il conseguente abbandono "parziale" della figlia Pia, avuta dal primo marito, che anche in questa occasione, nonostante l'amore che ancora prova, non si lascia sfuggire qualche frecciatina su come per lei non sia stata poi un'ottima madre perché poco presente, sempre pronta a sfuggire di qua e di là.
Il punto è che la Bergman era una vera e propria artista, una donna intelligente, anticonvenzionale e consapevole delle proprie possibilità, delle proprie capacità (ed anche dei limiti. Come l'incapacità - anche per via della formazione americana - di improvvisazione, diceva lei. Come se recitare con una gamba ingessata a teatro per mesi per non far cancellare la tournée non fosse improvvisare...). Un animale da palcoscenico e una persona che, nonostante la grande timidezza (abbassava sempre lo sguardo, particolare rilevante), aveva bisogno di stare libera e di esprimersi attraverso la recitazione.
E molto ironica e lucida.
Tutto ciò viene sottolineato dagli stralci di interviste e qualche traccia audio radiofonica con l'attrice svedese che con molta sincerità non si nasconde, non si lascia impaurire dalla stampa e da domande un po' personali.
Comunque non si va mai troppo in là, non viene mai mostrato niente di sconveniente, non vengono usati toni polemici.
Il ritratto viene realizzato soprattutto attraverso un collage di frammenti dei filmini amatoriali che lei stessa era solita fare a tutto e a tutti (perfino ad Hitchcock, anche se i soggetti preferiti erano i figli) alternati a qualche piccolissimo aneddoto dei figli - per l'appunto - e alla lettura (molto telefonata) del suo diario (in originale la voce è di Alicia Vikander).
Unico istante al di fuori del contesto familiare è la breve intervista a Sigourney Weaver e a Liv Ullmann. La prima aveva lavorato con lei in uno spettacolo teatrale e la ricorda come una persona gentile, per niente arrogante e con una grazia ed eleganza - nonostante l'altezza - da prendere d'esempio.
La seconda la rammenta quando avevano lavorato insieme in Sinfonia d'autunno di Ingmar Bergman: della testardaggine nel voler fare a modo suo e come invece il Maestro la rimettesse a posto. In maniera bonaria. E i filmati del dietro le quinte mostravano momenti di discussioni e confronto ma altrettanti molto distesi e ricchi di risate (nonostante lei stesse già male). Un film quello, quasi biografico per le vicende di questa madre artista poco presente nella vita della figlia.
Ripetizioni, curiosità neanche troppo sconosciute.
Sicuramente i veri ammiratori di Ingrid Bergman che hanno letto la sua meravigliosa e divertente autobiografia La mia storia (come la sottoscritta) sapranno già tutto e anche di più e avranno già appurato quanto sia stata una donna appassionata, dedita al suo lavoro (che sentiva come una necessità), spiritosa, autoironica.
Ma non importa. È un documentario affettuoso. L'amore dei suoi cari si sente e viene percepito anche dallo spettatore che pare essere entrato in una dimensione familiare, intima, per pochi. Cosa importantissima in un genere solitamente troppo a compartimenti stagni e rigoroso.
Non è perfetto cinematograficamente parlando, né per il montaggio e neanche per la costruzione degli eventi. Stig Björkman ogni tanto perde il controllo delle cose (non l'obiettivo).
Eppure prende e dispiace finisca.
Perché diciamocelo, Ingrid Bergman è ancora nell'immaginario collettivo (anche per i suoi lavori, certo) e il suo carisma, il suo splendido sorriso abbagliante e spontaneo, i suoi occhi vispi e dolci mancano a tutti gli appassionati di cinema e il vederla ancora (o per la prima volta) sul grande schermo riempie di gioia.
Belle ed efficaci - come al solito - le musiche di Michael Nyman.
Da vedere (ormai in DVD). Consigliato.


Voto: ***



















Il trailer:







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lunedì 19 ottobre 2015

Amores Perros di Alejandro González Iñárritu, film drammatico crudo ed emozionante su tre storie all'apparenza separate che per qualche istante si incrociano. Originale, scritto benissimo, diretto con polso e recitato con naturalezza

Oggi vi voglio parlare di un film di qualche anno fa, un film drammatico sconvolgente e davvero particolare per essere un film d'esordio.
Mi riferisco ad Amores Perros di Alejandro González Iñárritu.
Ecco la recensione:






Amores Perros di Alejandro González Iñárritu del 2000. Con Gael García Bernal, Álvaro Guerrero, Goya Toledo, Vanessa Bauche, Emilio Echevarría, Jorge Salinas, Marco Pérez, Rodrigo Murray, Humberto Busto, Gerardo Campbell, Rosa María Bianchi, Dunia Saldívar, Adriana Barraza, José Sefami, Lourdes Echevarría. (153 min. ca.)
Tre storie (episodi separati) apparentemente distanti, di personaggi di estrazione sociale diversa, si intrecciano tra loro. Primo capitolo della Trilogia sulla morte (gli altri sono Babel* e 21 grammi) e primo lungometraggio noto a livello internazionale sceneggiato da Guillermo Arriaga, è una pellicola con destini che si incrociano e vicende che procedono parallelamente per poi, in qualche istante - qui mai completamente, ma solo per una circostanza particolare - avvicinarsi. 


























Tutti i protagonisti hanno, come da titolo, un amore assoluto per i cani più che per le persone e lo dimostrano esplicitamente. 
Scene forti, dure, che turbano, dei veri pugni allo stomaco che sanno però emozionare molto e mostrano (come sempre, nei lavori di Iñárritu) un senso di inadeguatezza, un'impotenza verso le cose, una solitudine e un male di vivere che attanaglia, sovrasta. 
Girato con sapienza e disinvoltura (bello il riprendere i vari punti di vista con alcune sequenze ripetute. Espediente adoperato spesso ma qui particolarmente ben sfruttato. Ritroviamo sempre anche una decostruzione-ricostruzione della narrazione), recitato benissimo da tutti gli attori che paiono senza sovrastrutture, naturali. 
Inquietante, dolente, di sicuro è un film non facile: alcune immagini fanno girare lo sguardo. Eppure nulla è gratuito, tutto è al servizio della trama e coerente con lo sguardo del regista e della sua poetica. Notevole. 
Da vedere assolutamente (quando si è in vena). Consigliatissimo.

*Mia recensione
Voto: ***1/2






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