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lunedì 24 febbraio 2014

Il Grande Gatsby, il ridondante film di Baz Luhrmann tratto dal romanzo di Francis Scott Fitzgerald

Buon inizio di settimana!
Oggi vi voglio proporre un film piuttosto recente (del 2013) che mi ha deluso (anche se me l'aspettavo): Il Grande Gatsby di Baz Luhrman.
Nient'altro da aggiungere. La mia recensione parla chiaro (forse anche troppo stavolta).




Il Grande Gatsby (The Great Gatsby) di Baz Luhrmann del 2013. Con Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Joel Edgerton. (143 min. ca.)
Film tratto dal romanzo omonimo di Francis Scott Fitzgerald e liberamente ispirato dal film del 1974 di Jack Clayton. Partendo dal presupposto che Baz Lurhmann è sempre ridondante ed esagerato, qui veramente è andato oltre. Insomma, ci si deve aspettare questo ma non è detto che alla fin fine funzioni. Visivamente ha un impatto impressionante (da lodare il dispendio di effetti speciali, la fotografia, i costumi, le scenografie, tutti i particolari perfetti: perfino Gatsby da bambino uguale a Di Caprio) ma anche eccessivo e troppo fastoso. Guardandolo a posteriori le bellissime feste di Gatsby assomigliano più alla festa iniziale de "La grande bellezza" di Sorrentino (guarda caso il titolo simile) e forse in questo c'è anche una critica alla società dell'epoca. Però tutto viene sbattuto in faccia allo spettatore. Tutto, anche la storia non ha un centesimo della classe e del mistero che aveva il film di Clayton (né del libro ovviamente) e viene troppo semplificata (mentre anche il libro era piuttosto intricato) per renderla forse più accessibile (in effetti il film del '74 è anche troppo criptico e un po' freddino). Tutta quella ridondanza di immagini è fine a se stessa. Fantastico, davvero impeccabile, ma poi? 



Anche il cast: Leonardo Di Caprio bravissimo come al solito, per carità; Carey Mulligan sempre molto carina ed espressiva, va bene. Ma anche lì: esiste un solo Gatsby e cioè Robert Redford. Quando appariva sullo schermo sembrava uscire dal libro. Era esattamente come veniva descritto da Fitzgerald. Qui Di Caprio invece, per quanto sia un bell'uomo, non ha quel carisma, quel portamento, quell'eleganza, quel fascino di Redford. Anzi, l'ho trovato a volte ridicolmente impacciato, imbolsito. La stessa Mulligan non è Daisy. Daisy è solamente Mia Farrow: fragile, sensibile, manipolabile e svampita: Carey Mulligan è molto dolce, ha un aspetto innocente, ma non è quel personaggio. Vogliamo parlare poi di Tobey Maguire? Sempre in mezzo ai piedi con quel sorrisetto e quello sguardo indagatore (Sam Waterson era un'altra cosa).

 (Carey Mulligan)

(Mia Farrow)


Si riprende verso la fine, ma comunque non riesce ad essere convincente.
Ripeto, non dico che il film del '74 fosse un capolavoro. Non lo era. Prolisso, confuso, freddo i difetti più evidenti. Ma almeno il cast era all'altezza dei personaggi del libro (da menzionare anche Karen Black che interpretava Myrtle). 


 (Sam Waterson)

(Karen Black)

Poi anche la musica moderna con inserti jazz. Ma perché? Perché non lasciare almeno quella suggestione specifica? (Forse va un po' meglio con l'eterea e suggestiva Young And Beautiful di Lana Del Ray, ma gli altri pezzi proprio sono intollerabili).
Io non disprezzo lo stile di Luhrmann nel rileggere varie epoche e riportarle ai giorni nostri modernizzate (l'ho davvero stimato per Romeo + Giulietta. E non quando ero una ragazzina infatuata di Di Caprio ma ultimamente. Lo stesso vale per Moulin Rouge!. Ridondante ma dal cast perfetto. Esagerato ma ci stava. Non ho visto Australia però non penso di essermi persa niente), ma in questo caso si è lasciato prendere la mano, ha perso di vista l'obiettivo. Come in molti hanno notato, sembra un grande videoclip. Peccato, perché se solo avesse abbassato il profilo e fosse stato un po' più modesto, il risultato sarebbe stato differente. Da vedere per curiosità e perché effettivamente l'impegno c'è, nient'altro.


 Voto: **1/2 (per l'impegno potrei anche arrivare a ***, ma non ce la faccio)









Ecco il trailer del film di Luhrmann:



E il trailer del film di Clayton:




Voi l'avete visto? Cosa ne pensate? Siete d'accordo con me?




(Chiunque volesse prendere le recensioni citi questo blog. Riproduzione riservata)

martedì 18 febbraio 2014

La famiglia Savage. Grande commedia drammatica e scorcio di vita di due fratelli che devono occuparsi del padre affetto da demenza senile

Per continuare a parlare della filmografia di Philip Seymour Hoffman, grande perdita nel panorama cinematografico, oggi posterò la recensione di un altro film interpretato da lui in pieno stile indie (nel senso buono del termine)/indipendente: La famiglia Savage della regista Tamara Jenkins.
Mi ha colpito molto perché tratta un argomento delicatissimo con un garbo e un'ironia rari. E poi i due attori protagonisti fanno la differenza.




La famiglia Savage (The Savages) di Tamara Jenkins del 2007. Con Laura Linney, Philip Seymour Hoffman, Philip Bosco. (113 min. ca.)
Il film racconta di due fratelli Jon e Wendy (Hoffman e Linney per l'appunto) che vivono distanti e che perciò non hanno rapporti, i quali dovranno riavvicinarsi per prendersi cura del padre affetto da demenza senile. 
Detta così sembrerebbe una banale pellicola come tante altre, invece la Jenkins - sono suoi anche soggetto e sceneggiatura - riesce con stile, intelligenza, garbo e sensibilità a mettere in scena uno scorcio di vita senza cadere in inutili patetismi e senza prendersi troppo sul serio. 
Ricca di spunti, tocca un tema delicato e vicino a tutti quale il prendersi cura dei genitori anziani, con leggerezza e spruzzate di ironia/umorismo nero qua e là (per la serie: si ride delle disgrazie. Ma ridendo si riflette e si esorcizza). Alcune situazioni sono volutamente al limite del paradosso.


Hoffman e la Linney sono spontanei e bravissimi a ricreare quel senso di familiarità (Hoffman gioca di sottrazione) e gli scontri tra fratello e sorella (ed i relativi guai personali): hanno colto proprio quella leggerezza e quella semplicità di cui sopra (aiutati da dialoghi altrettanto semplici ma efficaci, a volte anche duri e cinici). Ma è da menzionare anche l'interpretazione di Philip Bosco, il padre dei due.


La regia è pulita, senza virtuosismi, la fotografia ha i colori tipici dei film indie/indipendenti (a volte freddissimi e a volte molto caldi per esprimere i vari stati d'animo o a seconda delle varie situazioni narrate o ancora per sottolineare la differenza dei luoghi nei quali si svolgono le vicende: dalla calda Sun City in Arizona al freddo di Buffalo). 
Ed in effetti questo film è uno di quei piccoli gioiellini indipendenti che riportano alla mente altri lavori riuscitissimi come LittleMiss Sunshine o Juno. 
Meritatissime le Nomination agli Oscar come Migliore Attrice per Laura Linney (semplicemente adorabile ed espressivissima, ma quell'anno si è scontrata con l'imbattibile Marion Cotillard de La vie en rose) e Miglior Sceneggiatura (anche se ha vinto altri premi minori ma pur sempre validi).
Bella anche la colonna sonora (anche se il tema principale ha delle somiglianze palesi con il tema portante di Eternal Sunshine Of The Spotless Mind del compositore Jon Brion). Toccante. 
Piacevolissima sorpresa da recuperare assolutamente. Dovrebbero farne di più di queste commedie drammatiche intelligenti!


Voto: ****




Ecco il trailer:





L'avete visto? Opinioni?




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venerdì 14 febbraio 2014

Un film biografico impeccabile: "Truman Capote - A sangue freddo" di Bennett Miller. Ottimo ritratto dello scrittore americano restituitoci da Philip Seymour Hoffman

Prima di darvi appuntamento alla prossima settimana e augurarvi buon weekend, voglio postarvi un'altra mia recensione su un film che tratta un periodo della vita dello scrittore americano Truman Capote. Periodo di ricerca per la stesura del suo best seller A sangue freddo.
Ciò mi dà anche l'opportunità (anche se non avrei voluto fosse questo uno dei motivi) di parlarvi di uno dei tanti bei film interpretati dal grandissimo Philip Seymour Hoffman, scomparso di recente a soli 46 anni (lasciamo stare le cause, non mi sembra il caso in questo contesto), che per questa pellicola ha vinto l'Oscar come Miglior Attore Protagonista nel 2006, meritatissimo.
Ed anche per farvi conoscere un piccolo film che mi ha davvero colpito per la pacatezza e al contempo per l'incisività, per i toni, per il metodo di narrazione.

Eccovi qui di seguito questa mia recensione:


 


Truman Capote - A Sangue freddo (Capote) di Bennett Miller del 2005. Con Philip Seymour Hoffman, Catherine Keener, Clifton Collins Jr., Chris Cooper, Amy Ryan. (114 min. ca.)
Film che racconta il periodo di quattro anni circa in cui lo scrittore Capote scrive il suo romanzo A sangue freddo e per far ciò sfrutta la storia vera di due assassini nel Kansas, i quali, per pochi dollari, sterminano un'intera famiglia. Cercherà perfino di farsi amico uno dei due, il più "sensibile" Perry.

Il ritratto di Truman Capote è impietoso. Viene rappresentato come un opportunista senza scrupoli, bugiardo, approfittatore. Ed è proprio questo uno dei punti forti della pellicola: l'aver preso una posizione decisa ed averla portata fino in fondo senza ritrattazioni. 
E per essere credibili, ovviamente, c'era bisogno di una interpretazione convincente di questo controverso personaggio. 
L'incredibile performance di Philip Seymour Hoffman si è rivelata più che all'altezza di questo arduo compito. Hoffman si è calato nella parte in maniera eccelsa: la voce (vi prego, non guardatelo in italiano, per quanto Roberto Chevalier sia un ottimo, grandissimo doppiatore), le movenze, i tic. Ha riportato sullo schermo un personaggio così difficile, così carismatico, così antipatico e accattivante al contempo con una classe e una misuratezza davvero lodevoli, senza cadute di gusto, senza troppi fronzoli o facendone una mera caricatura. 
Sicuramente è la sua interpretazione più riuscita (se si può fare un'affermazione del genere, visti i tantissimi, complessi personaggi a cui ha dato vita in poco più di vent'anni di carriera). 
Questo senso della misura in questo film si può riscontrare non solo in Hoffman ma in tutti gli attori, tutti bravissimi (dalla Keener - la scrittrice de Il buio oltre la siepe Nelle Harper Lee - a Collins Jr., da Chris Cooper a Amy Ryan) ed anche nella regia (ecco che un regista quasi sconosciuto regala una perla del genere, degna di artisti con una carriera vastissima e di successo alle spalle), nel montaggio, nella fotografia, nella scenografia: ogni cosa è al proprio posto, sobria, asciutta, posata. 
E' una pellicola dai ritmi lenti ma cadenzati, senza punti morti né lungaggini che tiene incollato lo spettatore. Veramente ben fatto e da vedere assolutamente.

Voto: ***1/2/****



(Il vero Truman Capote)


 Trailer del film: 



L'avete visto? Cosa ne pensate?




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mercoledì 12 febbraio 2014

Rieccomi!

Ripesco questo mio blog dopo tanto tempo (dopo più di un anno. Anno di stasi, nel quale mi sono data più alle serie tv che al cinema. Non che ciò sia sbagliato, ma la Settima Arte è un'altra cosa).
Vi avevo lasciato con l'articolo sulla scomparsa di Mariangela Melato.
Voglio ricominciare a scrivere qui postando una mia recensione su un film che tratta un altro mito, questa volta tutto americano: Marilyn Monroe.
Il film in questione è Marilyn (My week with Marilyn) dell'inglese Simon Curtis, che tratta solo un piccolissimo frammento della vita della Monroe e lo fa con garbo, senza strafare.
Questa pellicola mi ha insegnato, una volta per tutte (ma magari parlerò anche de La vie en rose su Edith Piaf o Truman Capote - A sangue freddo sullo scrittore Capote, appunto e con il grandissimo attore Philip Seymour Hoffman, scomparso prematuramente pochi giorni fa), che non è necessaria una verosimiglianza perfetta con il soggetto da reinterpretare biograficamente, quanto il riuscire a riportarne la sensibilità, lo spirito (ed anche le contraddizioni ed difetti molto spesso).

Ecco dunque la mia recensione:





Marilyn di Simon Curtis del 2011 con Michelle Williams, Kenneth Branagh, Eddie Redmayne, Julia Ormond, Judi Dench ed Emma Watson. (99 min. ca.)
Storia romanzata (anzi, tratta dalla sua stessa biografia) del giovanissimo terzo assistente di regia per le riprese de "Il principe e la ballerina" con Olivier, il quale passerà una settimana di amore platonico (o quasi) con Marilyn Monroe. Storia esile esile ma indubbiamente affascinante, raccontata con molta furbizia stemperata da una certa delicatezza. Ci troviamo di fronte ad una pellicola molto garbata che indugia molto sugli sguardi e sulle espressioni del volto. 
Non manca, come detto sopra, un certo autocompiacimento nel portare sullo schermo un frammento di vita di una diva quale la Monroe, però la classe del film e della regia prevalgono anche su quel senso di finto che un po' infastidisce. 
Bravissimi tutti gli attori. Però Julia Ormond per quanto sia brava e una bella donna non si può vedere nella parte di Vivien Leigh, Eddie Redmayne (rivisto più di recente nel musical Les Miserables per la regia Tom Hooper, 2012) molto in parte e meglio del solito; Judi Dench è ovviamente sempre in gamba seppur in una parte piccolissima.



E poi c'è lei, Michelle Williams, Marilyn. Mettiamolo in chiaro: non ci assomiglia per niente e non ha un centesimo del suo fascino (e lo dico da una a cui piace molto la Williams). 
Però se si va oltre il mero aspetto fisico non le si può non riconoscere una grande sensibilità nel tratteggiare con gli sguardi, i movimenti e la voce la fragilità della Monroe, tanto che ad un certo punto ci si dimentica che siano due persone differenti e ci si gode il film per quello che è. Quindi tanto di cappello. 
Certe scene sono tirate via e tutti sono troppo caricaturali (e non solo quando c'è la protagonista), bisogna dirlo. La sceneggiatura dal canto suo è lineare, senza troppe pecche. Fotografia patinata as usual in questi casi. Insomma, non è una pellicola eccezionale ma leggera e d'intrattenimento. Il fatto che non sia prolissa gioca a suo favore. Da vedere per curiosità (per la prova della Williams).

Voto: ***




Voi cosa, ne pensate? Lasciatemi le vostre impressioni se volete.

Ecco il trailer originale:


(Chiunque volesse prendere le recensioni citi questo blog. Riproduzione riservata)