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martedì 11 ottobre 2016

Antichrist di Lars Von Trier, thriller psicologico tendente all'horror pieno di simbolismi e con scene agghiaccianti, terrificanti. E due protagonisti davvero in parte. Lars Von Trier ai massimi livelli

Oggi vi voglio parlare di un film di qualche anno fa. Un film durissimo, terribile, di un autore/regista amato/odiato.
Mi riferisco ad Antichrist di Lars Von Trier.
Ecco la recensione:






Antichrist di Lars Von Trier del 2009. Con Willem Dafoe, Charlotte Gainsbourg. (109 min. ca.)
Una coppia, lei scrittrice, lui psicoterapeuta, perde il figlio, caduto dalla finestra mentre loro stanno consumando un rapporto sessuale. Tra depressione, sensi di colpa e risentimento, i due andranno nel bosco, luogo che lei ha indicato come fonte di paura. Lì si scatenerà la tragedia. 














Film che mescola più generi (thriller psicologico, horror, drammatico, grottesco), in una spirale di follia (una vera e propria escalation). 
Diviso in capitoli, ha un inizio folgorante: in B/N con immagini al ralenti, forti, evocative, struggenti (il B/N tornerà nel finale) con l'aria Lascia ch'io pianga di Händel che regala un effetto straniante. L'abbinamento musica-immagine è sempre puntuale. 
Lars Von Trier si addentra nei meadri della mente, mostrando bene, nella prima parte cosa comporti l'elaborazione del lutto, per poi rappresentare le menti ottenebrate dal disagio psicologico (anche di lui) come fosse un sogno (talvolta ad occhi aperti) o un vero e proprio incubo con simbolismi e segni del demonio. 
Gli ultimi minuti sono quasi insostenibili: agghiaccianti. 
La paura dei due protagonisti (bravissimi Willem Dafoe e Charlotte Gainsbourg. Osano, non si sottraggono a nulla. Impavidi, dalla faccia giusta per i loro personaggi) si impadronisce - senza lasciare scampo - anche dello spettatore, il quale, nonostante tutto, rimarrà coinvolto dalla vicenda, con un epilogo che quasi disorienta. Estremamente affascinante, ma davvero doloroso e (a dir poco) disturbante. 
Da vedere assolutamente (ma solo se si è in vena, con le dovute precauzioni). Consigliatissimo.


Voto: ***1/2









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lunedì 19 settembre 2016

Il grande capo di Lars Von Trier, commedia grottesca e demenziale un po' autocelebrativa, che prende di mira spettatori, attori. Il regista danese ne ha per tutti... Comunque, nel suo piccolo, davvero particolare

Oggi vi voglio parlare di un film di qualche anno fa. Un film di un grande e controverso autore/regista che questa volta si misura con una commedia... particolare.
Mi riferisco a Il grande capo di Lars Von Trier.
Ecco la recensione:





Il grande capo (Direktøren for det hele) di Lars Von Trier del 2006. Con Jens Albinus, Peter Gantzler, Friðrik Þór Friðriksson, Iben Hjejle, Mia Lyhne, Jean-Marc Barr, Henrik Prip, Casper Christensen, Sofie Gråbøl, Anders Hove, Benedikt Erlingsson. (99 min. ca.)
Danimarca. Una importante azienda di informatica sta per essere venduta ad un islandese di nome Finnur (Friðriksson). Il dirigente Ravn (Gantzler), che si spaccia per un semplice consulente, è in realtà il proprietario, ma per "lavasene le mani", ingaggia un attore per interpretare "il grande capo", colui che deve prendere le decisioni. Troverà Kristoffer, un attore disoccupato che all'inizio avrebbe dovuto fare solo la comparsa all'interno degli uffici. Invece... 













Commedia tragicomica, grottesca e demenziale nella quale Von Trier parla di se stesso (ed interviene anche fisicamente apparendo riflesso nelle finestre ed interrompendo per qualche attimo la pellicola parlando direttamente allo spettatore), del suo rapporto con il pubblico o i critici (ovviamente mediante metafore). 
Ed inoltre prende in giro la commedia tradizionale, i sotterfugi narrativi con l'happy end e racconta il ruolo dell'attore (uno zimbello in mano a chi lo dirige in sostanza). Tutto sotto forma di farsa, in una specie di teatro dell'assurdo e metateatro con dinamiche che potrebbero sembrare semplici, ma che in realtà sono complicatissime, difficilissime da gestire. 
Un plauso al regista che è riuscito a portare a termine l'opera senza troppi intoppi e con il ritmo sempre sostenuto. 
Certo, il finale potrebbe risultare perfino ostico, insopportabile e tirato via, eppure è coerente. 
È un film autocelebrativo, un continuo lodarsi camuffato dall'autoironia. Tuttavia funziona. Dalla sceneggiatura alla regia per l'appunto (è stata utilizzata per la prima volta la tecnica dell'automavision, puro stile Dogma). 
Gli attori sono bravi ad interpretare il ruolo di perfetti imbecilli senza nerbo. Interessante, strampalato e, a suo modo, geniale. Un esperimento riuscito. Sicuramente non la classica commedia. 
Da vedere. Consigliato.


Voto: ***/***1/2









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domenica 27 settembre 2015

Nymphomaniac vol. 2 (Director's Cut) di Lars Von Trier, seconda parte ancora più agghiacciante, esplicito e disturbante, che mostra la vera natura non solo della protagonista ma dell'essere umano in generale. Pugno allo stomaco con scene quasi inguardabili. Efficace

Oggi vi voglio parlare del secondo capitolo del film precedente.
Ossia Nymphomaniac vol. 2 di Lars Von Trier.
Ecco la recensione [ATTENZIONE, immagini FORTI]:





Nymphomaniac vol. 2 (Director's Cut) di Lars Von Trier del 2013. Con Charlotte Gainsbourg, Stacy Martin, Stellan Skarsgård, Christian Slater, Uma Thurman, Hugo Speer, Shia LaBeouf, Connie Nielsen, Nicolas Bro, Felicity Gilbert, Jesper Christensen, Cyron Melville, Sophie Kennedy Clark, Christian Gade Bjerrum, Jamie Bell, Willem Dafoe, Mia Goth, Jens Albinus, Udo Kier, Caroline Goodall, Jean-Marc Barr. (330 min. ca.)
Ritroviamo la nostra Joe (Gainsbourg) che continua a raccontare la sua storia a Seligman (Skarsgård). Racconta di quanto sia cattiva, di quanto sia malvagia, del sesso promiscuo, dell'abbandono notturno di suo figlio ancora piccolino per andare da K (Bell) a praticare sadomasochismo, bondage (ma mai un rapporto sessuale vero e proprio), dell'aborto casalingo "fai da te", del cambio di rotta in tutti i sensi. Ci sarà più di una sorpresa.



















Secondo capitolo ancora più lungo del primo in questa versione estesa e ancora più scioccante e complesso nei suoi piani di lettura. Eppure, paradossalmente, anche più "spiegato" e semplificato dagli stessi personaggi, ossia la voce stessa del regista.
Joe è proprio Von Trier e forse Seligman è la sua coscienza o l'altra faccia.
Citazioni colte, religiose, sulla fede, sull'etica morale, ancora una volta sulla musica (e matematica) ed altre un po' più basse e più qualunquiste, per un film che penetra dentro l'inconscio dello spettatore, si deposita lì e più ci rimane più fa star male.
Perché lavora sul lato psicologico ma mostra sempre più lucidamente anche il disagio della protagonista. Sola con se stessa, mai amata davvero se non dal padre, dipendente dal sesso suo malgrado, apatica e insensibile soltanto all'apparenza. Ma cattiva lo è davvero? È davvero soltanto una persona stanca di essere sottomessa, schiacciata dalla sua dipendenza?
Scene intollerabili e agghiaccianti perché realmente fredde e quasi inumane nella messa in scena (quella integrale dell'aborto con spiegazione medica inclusa è da incubo) ed altre con una resa poetica e visiva impeccabile, quasi da dipinto.
Un finale all'apparenza banale ma metaforico come tutto il resto.
Che Seligman simboleggi invece lo spettatore?
Una cosa bisogna dirla: non c'è misoginia. Come non c'è compiacimento nel rappresentare le varie pratiche sadomaso (nel mostrare i rapporti sessuali invece il dubbio un po' rimane).
Resta comunque un film forte, un pugno allo stomaco che si fa sentire, ma anche un'opera che fa riflettere.
Girato benissimo (l'uso della camera a mano è ridotta al minimo), scritto altrettanto con qualche furbizia qua e là, con un'eccezionale composizione dell'immagine, con un'ottima fotografia (parole già spese per la prima parte).
La Gainsbourg qui è la protagonista dolente e in parte (più espressiva e credibile del solito). Jamie Bell in un ruolo inaspettato. Willem Dafoe appare pochissimo nel ruolo del capo di Joe.
Disturbante ma efficace e, nonostante la durata, mai pesante.
Da vedere. Consigliato.


Voto: ***1/2






Il trailer:







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venerdì 25 settembre 2015

Nymphomaniac vol. 1 (Director's Cut) di Lars Von Trier, film drammatico/erotico in cui il sesso viene usato come mancanza, per solitudine, per un disagio pregresso. Psicologia e scene esplicite per un film sconvolgente ma al contempo emozionante

Oggi vi voglio parlare di un film molto discusso per scene e contenuti forti. Presentato in due parti e in versioni tagliate o non censurate, è una pellicola decisamente memorabile. Questa sarà la recensione del primo capitolo.
Mi riferisco a Nymphomaniac vol. 1 di Lars Von Trier.
Ecco la recensione [Ho messo solo immagini non troppo esplicite]:





Nymphomaniac vol. 1 (Director's Cut) di Lars Von Trier del 2013. Con Charlotte Gainsbourg, Stacy Martin, Stellan Skarsgård, Christian Slater, Uma Thurman, Hugo Speer, Shia LaBeouf, Connie Nielsen, Nicolas Bro. (240 min. ca.)
Una donna (Gainsbourg) viene trovata svenuta e sanguinante in un vicolo da Seligman (Skarsgård), un pensionato appassionato di pesca, che la porterà a casa sua per curarla. Joe, questo il nome della donna, gli racconterà di essere ninfomane fin da quando era piccola, forse per evadere dalla fredda situazione familiare: ottimo il rapporto con il padre (Slater), mentre per la madre ha sempre provato odio. Tutta questa forte pulsione sessuale l'ha fatta convincere di essere una persona malvagia, che usa gli altri. Seligman cercherà di persuaderla del contrario. 












Film drammatico/erotico dalle scene esplicite e realistiche (si vede tutto, ma proprio tutto), ma al contrario, i toni sono grotteschi e surreali in pieno stile Von Trier. 
Più patinata e paradossalmente più fruibile, con i tempi meno dilatati rispetto ad altre sue opere e con l'abbandono della camera a spalla/mano e con una sceneggiatura più lineare (suddivisa in capitoli), è una pellicola che appassiona, disgusta, sconvolge ma emoziona. 
Sì, perché lo spettatore sente che tutto questo bisogno di sesso della protagonista (da giovane interpretata da Stacy Martin), non è fine a se stesso ma scatenato dal disagio, per questo fa star male e non può essere considerata un porno. D'altronde, anche l'amica e compagna di adescamento di uomini le aveva detto che il sesso non è niente senza l'amore. Eppure Joe è talmente assuefatta che non riesce a sentire più nulla neanche con con il ragazzo che desiderava, Jerôme (LaBeouf). Il sesso la condiziona anche sul letto di morte del padre: non riesce a farne a meno, non riesce a non eccitarsi per ogni minima cosa. 
Un film veramente cupo, triste, complesso e meno gratuito di quanto si possa credere, girato con sapienza. I flashback non infastidiscono e costituiscono gran parte del tutto. La fotografia è - come sempre - ottima, più calda nella casa di Seligman, più fredda nelle altre situazioni (viene usato, ancora una volta, il B/N). Bizzarro il modo di introdurre argomenti come la polifonia, Bach e la matematica durante le discussioni o in scene, nuovamente, sessuali. 
È inoltre una riflessione amara sui rapporti di coppia, sui tradimenti e l'accettazione di chi è stato tradito (vedasi la parte con Uma Thurman, davvero demenziale e grottesca). 
Gli attori sono modesti, freddi, soprattutto Stacy Martin, Charlotte Gainsbourg in questa prima parte ha poco spazio, Stellan Skarsgård è sempre molto espressivo, Shia LaBeouf è giustamente odioso. Ritorno gradito di Christian Slater in un ruolo particolarmente doloroso. 
C'è poco da capire in effetti. Entrare nella mente di Von Trier è impossibile, ma anche questo suo lavoro parla per lui. 
Realizzato da altri registi sarebbe parso furbo, creato a tavolino per scioccare, disturbare e nulla più. Qui la provocazione c'è ma è onesta. Nel bene e nel male il regista danese è un genio creativo. E tanto basta. Ma anche in questo caso, si ama o si odia. 
Da vedere (lontano dai pasti e preparandosi psicologicamente. Nonostante i genitali siano finti o "doppiati" da attori porno, è normale rimanere un poco sconvolti). Consigliato.


Voto: ***1/2






Il trailer:







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