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lunedì 6 febbraio 2017

#Oscar2017 #AcademyAwards2017 - Deepwater - Inferno sull'oceano di Peter Berg, film catastrofico/di azione dall'impianto classico. Visivamente d'impatto, ben confezionato e recitato. Nominato a due statuette

Oggi vi voglio parlare di un film recente. Un film catastrofico/di azione molto basato su una vicenda realmente accaduta. Tecnicamente impeccabile.
Mi riferisco a Deepwater - Inferno sull'oceano di Peter Berg
Ecco la recensione:





Deepwater - Inferno sull'oceano (Deepwater Horizon) di Peter Berg del 2016. Con Mark Wahlberg, Kurt Russell, John Malkovich, Gina Rodriguez, Dylan O'Brien, Kate Hudson, Ethan Suplee, Brad Leland. (107 min. ca.)
La vicenda romanzata dell'esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico il 20 aprile 2010. Undici morti, affondamento della piattaforma stessa e un disastro ambientale di proporzioni spaventose. 












Film di genere catastrofico (oltre che di azione e thriller) dall'impianto molto classico. 
Introduzione interessante con i vari segnali e presagi (come nella migliore tradizione) che creano una tensione palpabile. 
Altrettanto ottima la ricostruzione della tragedia: realistica, di impatto. Merito di una regia consapevole, di un montaggio efficace e di un montaggio sonoro impeccabile (nomination meritatissima. Questa come quella per i Migliori Effetti Speciali. 
Il cast è in parte. Mark Wahlberg è un protagonista bravissimo: intenso, espressivo. Kurt Russell è come sempre eccezionale (qui dimagrito e con i baffoni), John Makovich non ne parliamo. C'è anche Kate Hudson (Russell è il suo patrigno). 
Non è un film à la Sully* di Clint Easwood (tra l'altro candidato sempre per la medesima categoria). Non cerca i colpevoli, non indaga nella psicologia dei personaggi - o almeno, non più di tanto - cioè che interessa a Berg è il momento (e quindi ci sono spiegazioni tecniche, ma servono sempre come prologo), l'impatto. 
Ed è probabilmente per questo che funziona: è compatto. 
Paradossalmente forse sono proprio gli ultimi minuti ad essere meno interessanti e più telefonati. Eppure rimane un film godibile (per quanto possa essere godibile un lavoro che prende spunto da una tragedia con dei morti e delle conseguenze disastrose. Probabilmente a qualcuno, proprio perché è un film d'azione vero e proprio, potrà considerarlo immorale), molto ben confezionato e visivamente ineccepibile. Da vedere. Consigliato. 

*Mia recensione
Voto: **1/2/***






Il trailer:








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mercoledì 30 marzo 2016

Everest di Baltasar Kormákurd, solita pellicola di genere catastrofico/sopravvivenza con un bel cast. La vicenda in sé purtroppo non permette allo spettatore di provare empatia per i protagonisti. Visivamente però è impeccabile e gli effetti speciali sono utilizzati con intelligenza

Oggi vi voglio parlare di un film recente. Un film sul genere catastrofico, con un bel cast ma che rimane un po' distante.
Mi riferisco ad Everest di Baltasar Kormákur.
Ecco la recensione:





Everest di Baltasar Kormákurd del 2015. Jason Clarke, Jake Gyllenhaal, Josh Brolin, John Hawkes, Robin Wright, Michael Kelly, Keira Knightley, Sam Worthington, Emily Watson, Elizabeth Debicki, Martin Henderson, Tom Goodman-Hill, Naoko Mori, Thomas M. Wright, Mark Derwin, Clive Standen, Ingvar Eggert Sigurðsson. (121 min. ca.)
Nel 1996, il gruppo di scalatori capitanato dalla guida Rob Hall (Clarke), sposato con Jan (Knightley) in procinto di avere una figlia, e l'altro formato dallo spavaldo Scott Fisher (Gyllenhaal), si danno manforte per evitare confusione con gli altri gruppi e arrivare entro la data stabilita sull'Everest. Le condizioni meteorologiche avverse, disorganizzazione, stanchezza e carenza di ossigeno metteranno in difficoltà la spedizione. Otto di loro moriranno (tra cui proprio la guida). 

















Solita pellicola di genere catastrofico/sopravvivenza/avventura/azione - tratta da una storia vera - con tragedia dietro l'angolo. Bella la ricostruzione degli eventi, ottime le scenografie (è stato girato in Nepal, Alto Adige, Roma e Inghilterra), la fotografia e gli effetti visivi utilizzati in modo funzionale, senza esagerare. Ottimo - e ricco - anche il cast. 
Questi gli unici elementi a favore, poiché la trama, per quanto appassionante e ricca di tensione, è purtroppo prevedibile e, cosa ben più grave, non si riesce a provare empatia per i personaggi: neanche le ripetute telefonate di Jan al marito con Helen Wilton (Watson), che gestiva il campo base, in lacrime anche lei, servono a far provare un minimo di pena o di simpatia allo spettatore, poiché il suicidio era annunciato e i protagonisti dalla vicenda sapevano a cosa andavano incontro. 
Si può applaudire l'incoscienza? Sì, se i toni fossero stati diversi come in Into the Wild, se avessero sottolineato il rapporto con la natura, se tutto fosse stato più poetico e meno superficiale, ma qui c'era solo la voglia di mettersi in gioco, ben sapendo quale sarebbe stato, nel caso, il prezzo da pagare. Certo, il fatto di mostrare le cose in modo obiettivo e realisticamente poteva essere un vantaggio per l'opera in sé (ed effettivamente non è il classico blockbusterone), al contrario, è stata un'arma a doppio taglio. Si sente la sofferenza e pare quasi di essere lì insieme a loro, eppure manca qualcosa per i motivi di cui sopra, perché tutto sommato la fattura è buona. Gli attori si impegnano (ottimo davvero Brolin), tuttavia anche loro non riescono a fare un miracolo. 
Un film che intrattiene (ma, ancora, come si fa a godere della morte di persone per un motivo - lasciando da parte il coraggio, l'ambizione, ecc... - tanto inutile o della salvezza parziale di altre?), inevitabilmente coinvolge e al contempo fa addirittura arrabbiare (per portare in salvo qualche componente del gruppo e per andare a recuperare le salme sono state messe a repentaglio la vita di altre persone. Anzi, due addirittura sono morte). 
Proiettato in aprtura della scorsa Mostra del Cinema di Venezia. Mah. 
Da vedere per curiosità. (C'è anche in 3D). Consigliato solo per la parte visiva. 


Voto: **1/2






Il trailer:







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mercoledì 4 febbraio 2015

Il cavallo di Torino di Béla Tarr, ultimo lavoro del regista di culto ungherese. Pellicola cupa e catastrofica con lenti piani sequenza e bianco e nero perfetto. Dolente nel raccontare le azioni reiterate per arrivare ad un finale senza speranza

Oggi vi voglio parlare di un film recente interessante per tematica, atmosfere e regia premiato con l'Orso d'Argento al Festival di Berlino.
Mi riferisco a Il cavallo di Torino, l'ultima opera di Béla Tarr.
Ecco la recensione:





Il cavallo di Torino (A torinói ló) di Béla Tarr del 2011. Con János Derzsi, Erika Bók, Mihály Kormos, Volker Spengler. (149 min. ca.)
Ispirato ad un episodio della vita di Friedrich Nietzsche, racconta i sei giorni della vita di un vetturino di mezza età che vive insieme alla figlia in una casa di pietra e porte di legno sottilissime in un posto sperduto e desolato. Ha un cavallo ormai in fin di vita che non si muove neanche con le frustate. La figlia lo aiuta a vestirsi dato che ha un braccio paralizzato, si impegna nelle faccende di casa, va al pozzo a prendere l'acqua e come pasto prepara solo due patate bollite. Intanto inizia a soffiare un vento fortissimo. Arrivano gli zingari che per un attimo scuotono i due dalla monotonia. È solo un attimo. Anche la decisione dell'uomo di partire (con la figlia che traina carretto e cavallo) quando il pozzo improvvisamente rimane senz'acqua non va a buon fine. Rimarranno lì, a mangiare patate crude, nell'improvviso buio e ad aspettare...













Pellicola cupa, catastrofica, con bellissimi e lentissimi piani sequenza che si addentrano nella vita dei poveri protagonisti e li segue nella ripetitività delle azioni giornaliere cogliendo anche i momenti morti. 
Bellissimo bianco e nero con fotografia che sfrutta la luce naturale, regia sopraffina, per un film ancora di più facile fruizione di altre opere del regista (per quanto possa risultare ostica la lentezza - più che mai funzionale alla storia, per rappresentare il passare del tempo con gesti reiterati, la routine sfiancante - e la lunghezza). 
Musiche minimali alla Philip Glass, davvero ossessive. 
La ragazza Erika Bók è la famosa bambina che tortura il gatto in Satantango*. 
Da vedere. Consigliatissimo.


Voto: ***1/2/****






Il trailer:







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