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martedì 4 ottobre 2016

Veloce come il vento di Matteo Rovere, dramma sportivo e storia di un ricongiungimento tra fratelli, diretto e interpretato benissimo

Oggi vi voglio parlare di un film recente. Un film italiano particolare, davvero ben diretto ed interpretato, che ha avuto un grande riscontro di critica e pubblico.
Mi riferisco a Veloce come il vento di Matteo Rovere.
Ecco la recensione:





Veloce come il vento di Matteo Rovere del 2016. Con Stefano Accorsi, Matilda De Angelis, Paolo Graziosi, Lorenzo Gioielli, Roberta Mattei, Giulio Pugnaghi. (119 min. ca.)
La giovanissima Giulia De Martino (De Angelis), si sta facendo strada come pilota nel campionato italiano GT. Dopo la morte del padre, si troverà ad avere come "tutore" suo e nel fratellino Nico (Pugnaghi), il fratello ex compione automobilistico ed ora tossicodipendente, Loris (Accorsi) e a rischiare di perdere la casa. 












Dramma sportivo molto interessante ispirato liberamente alla vita del pilota Carlo Capone. 
La storia è semplice, ma è portata in scena in modo impeccabile. 
Appassionante nelle scene del quotidiano come (di più anzi) in quelle delle corse (anche in città con vari inseguimenti, anche in moto). 
Girato benissimo, con un montaggio - anche sonoro - perfetto e dinamico,  riesce ad essere genuino e mai patetico, senza sfoderare mezzucci e colpi bassi per commuovere. 
Cast perfetto. Matilda De Angelis è una vera rivelazione: se continua a questi livelli potrà fare molto. Credibile, spontanea, espressiva, mai sopra le righe. Un'interpretazione sentita. Stefano Accorsi è stato una sorpresa. Complice l'accento bolognese che l'ha fatto apparire naturale, dimostra un'espressività e una capacità di immedesimazione in un personaggio non facile che lascia veramente di stucco. 
Un film interessante, che forse ha qualche pecca nella scrittura (soprattutto del finale), ma che affascina e coinvolge. 
Da vedere assolutamente. Consigliatissimo. 


Voto: ***/***1/2






Il trailer:







Voi l'avete visto? Cosa ne pensate?










  
Chiunque volesse prendere le recensioni citi questo blog. Riproduzione riservata

giovedì 1 ottobre 2015

IN SALA: Non essere cattivo di Claudio Caligari, film drammatico, spaccato sociale di un'Ostia degradata della metà degli anni novanta. Un'impietosa descrizione dell'ambiente dello spaccio di droga. Cast superbo con protagonisti credibili che assecondano quel senso di realtà voluta dall'autore. Scelto come rappresentante dell'Italia ai prossimi Oscar

Oggi vi voglio parlare di un film nelle sale in questi giorni e presentato fuori concorso all'edizione appena passata della Mostra del Cinema di Venezia. Un film che è stato scelto da pochi giorni per rappresentare l'Italia agli Oscar nella rosa come Miglior Film Straniero. Ed è anche un film postumo, dato che il regista purtroppo è venuto a mancare nel maggio di quest'anno.
Mi riferisco a Non essere cattivo di Claudio Caligari.
Ecco la recensione:




Non essere cattivo di Claudio Caligari del 2015. Con Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Silvia D'Amico, Roberta Mattei, Valentino Campitelli, Alessandro Bernardini, Danilo Cappanelli, Manuel Rulli, Elisabetta De Vito, Alice Clementi, Emanuela Fanelli, Giulia Greco, Claudia Iannello, Emanuele Grazioli, Stefano Focone, Luciano Miele, Andrea Orano. (100 min. ca.)
Ostia, Roma, 1995. Cesare (Marinelli) e Vittorio (Borghi), sono due amici d'infanzia praticamente fratelli che campano arrangiandosi, vendendo - e facendosi di - droga. Notti brave, risse, sniffate, droghe sintetiche. E proprio arrivato al limite, Vittorio cercherà di darsi da fare, di trovarsi un lavoro vero e di mettere su famiglia. Con cadute e riprese, aiuterà anche Cesare che ha i suoi stessi sogni. Ma che a differenza sua non riesce a uscire dal giro della droga...









Film drammatico molto verosimile. Uno spaccato sociale della periferia romana (con l'avvento delle anfetamine sul mercato).
Un neorelismo schietto, diretto, senza fronzoli, con la parlata romanesca, molto pasoliniano. Il contesto notturno, desolato viene mostrato in maniera superba.
E i protagonisti sono eccezionali. Luca Marinelli è sempre una sicurezza poiché sa immedesimarsi in qualsiasi ruolo con una credibilità disarmante per espressività, gestualità. Ha la faccia giusta. Alessandro Borghi, è altrettanto in parte ed è un'ottima spalla, con quel viso un po' alla Joaquin Phoenix. Con molta naturalezza riesce a dare molte sfumature ad un personaggio complesso.
Bravi anche tutti gli altri, comprese Silvia D'Amico e Roberta Mattei che stupiscono per la loro semplicità.
Scritto benissimo (dallo stesso Caligari. Suo è anche il soggetto, come ben si può immaginare) e diretto con sicurezza, è molto coinvolgente e riesce ad emozionare e addirittura a far ridacchiare qua e là dato che il personaggio di Cesare sa essere anche tragicamente divertente nei suoi modi di fare, di esprimersi, per quella battuta sempre pronta.
E racconta una storia normale, come tante altre. Ciò può essere un punto di forza ma anche un'arma a doppio taglio, non soltanto in previsione di un possibile Oscar, ma anche per via dell'impatto che può avere sullo spettatore.
È tutto piacevole, ben realizzato ma è una vicenda che sa di già visto, non ha quel qualcosa in più che la rende originale. Il finale, per quanto potetico, commovente e pieno di speranza (dopotutto), non toglie questa sensazione, anzi, la rafforza.
È una pellicola che sicuramente potrebbe piacere all'Academy per le tematiche, l'ambientazione, quel suo essere molto vicino ad un certo cinema americano di genere che parla di vita vissuta, droga, spaccio, però con impianto italiano (che ricorda i film di Garrone o Romanzo Criminale, ma meno - mi si lasci passare il gioco di parole - romanzato), ma che non aggiunge niente cinematograficamente parlando, non è il capolavoro a cui tutti stanno gridando.
Però è da chiarire che stiamo parlando decisamente di un buon film.
Sincero, sentito ed anche se alcune scene provocano dei déjà vu (tra l'altro c'è un'auto-citazione: le inquadrature iniziali sono le stesse di Amore tossico e c'è un rimando volutamente eclatante a Carlito's Way), hanno una potenza narrativa e visiva fortissima.
La descrizione dell'ambiente degradato, la sofferenza, il tirare a campare, sono mostrati talmente senza filtri, da toccare il pubblico senza ricorrere per forza a colpi bassi, a buonismi strappalacrime. Niente è fine a se stesso, tutto è in funzione del racconto.
La fotografia, le musiche di quegli anni, i luoghi così decadenti, i personaggi tristi e un po' patetici fanno il resto.
Da vedere. Consigliatissimo.


Voto: ***/***1/2









Il trailer:









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