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domenica 29 giugno 2014

CLASSICI da riscoprire: Incantesimo di George Cukor, commedia romantica (che unisce il comico al drammatico) con due protagonisti eccezionali quali Katharine Hepburn e Cary Grant. Un piccolo gioiellino

Oggi, dato che ricorre l'undicesimo anniversario della morte di Katharine Hepburn (ma è casuale che abbia scelto questa pellicola da postare), vi voglio parlare di uno dei miei film preferiti, una delle commedie sentimentali più belle, garbate, divertenti che siano mai state realizzate. Dimenticato da molti, è un capolavoro di classe e misura insuperabile.
Mi riferisco a Incantesimo di George Cukor (altro mio regista preferito).
Ecco la recensione:




Incantesimo (Holiday) di George Cukor del 1938. Con Katharine Hepburn, Cary Grant, Doris Nolan, Lew Ayres, Edward Everett Horton. (95 min. ca.)
Tratta dalla commedia teatrale di Philp Barry e remake di un altro film di otto anni prima (Holiday, titolo omonimo in lingua originale), è una commedia romantica che racconta la vicenda di Johnny Case (Grant), avvocato squattrinato, bizzarro e sognatore che si innamora suo malgrado, durante una vacanza, della ricca Julia Seton (Nolan). Dopo un tira e molla con il padre di lei per avere il consenso di sposarla, non cede al compromesso che avrebbe limitato la sua libertà (a dirla tutta l'avrebbe messo letteralmente in gabbia), ma anzi, finisce per innamorarsi e conquistare Linda, la sorella maggiore di Julia (Hepburn), una donna stramba, intelligente, simpatica e anticonformista. 


























Magnifico film (talmente bello che è stato snobbato agli Oscar. Misteri) che riesce a unire il comico al drammatico senza forzature e fa una critica feroce per mezzo di dialoghi taglienti ed acuti all'alta borghesia, ai ricchi che vedono solo i soldi e nient'altro. 
Tutti sono in parte: dal padre, all'adorabile (e dedito all'alcol perché non si può sottrarre ai suoi doveri nonostante si senta un pesce fuori d'acqua, esattamente come Linda) fratello minore Ned (Ayres); alla Nolan, antipatica fin dall'inizio, ai simpaticissimi amici di Johnny, i coniugi Potter (Horton è uno dei caratteristi migliori dell'epoca, dalla recitazione puntuale, dalla faccia che non si scorda), ai cugini snob, fino ad arrivare a loro due, Katharine Hepburn e Cary Grant al loro terzo (anche se Susanna! di Howard Hawks è sempre del '38) film insieme (su quattro). Sono vitali, hanno una sintonia incredibile e danno sfoggio anche alle loro abilità di "giocoleria" facendo capriole (vere). 
La Hepburn qui è incontenibile: scaltra, cinica, vivace (canta perfino!), sensibile, con mille sfumature. Riesce a disegnare il suo personaggio in modo così perfetto che è impossibile non parteggiare per lei. 
Ovviamente il merito va anche al suo regista "simbolo" e alla sceneggiatura che ha dei dialoghi modernissimi, dalle battute così ingegnose, divertenti e profonde che quasi tutte le commedie di questo genere appaiono banali a confronto. 
Però diciamocelo, Kate The Great irradia luce dal primo momento che compare in scena. Carisma allo stato puro. Cary Grant è altrettanto straripante e a suo agio, come al solito, in questi ruoli strampalati. 
Dal canto suo Cukor dirige con una maestria incredibile, usando la macchina da presa in modo altrettanto moderno: le riprese dietro le colonne della casa-museo, la camera che segue i personaggi che scendono le imponenti scalinate. Insomma, c'è dinamismo. Cosa che possiamo notare anche nel montaggio. Un montaggio funzionale e praticamente ineccepibile (cosa non scontata per l'epoca). Un aiuto viene dalla scenografia (per fortuna nominata all'ambita statuetta). 
L'ambiente è monumentale, elegante, di classe ma austero. Ed è così che deve apparire. Dunque, ci troviamo davanti ad una pellicola meravigliosa troppo spesso dimenticata, piena di sarcasmo che punge ancora adesso, recitata divinamente (è una delle interpretazioni migliori della Hepburn che qui sembra più a suo agio che in altri lavori più conosciuti e amati. Avrebbe meritato qualche riconoscimento. La sua vulnerabilità e il suo mostrare poco a poco i sentimenti per Johnny sono magistrali. La scenata finale da antologia), girata con uno stile che quasi soltanto Cukor aveva, con un messaggio di fondo chiarissimo, forse abusato, ma trattato in modo intelligente. 
E' una commedia sentimentale ma non si scende a melansaggini (in effetti all'epoca si mostrava poco, ma a volte sembrava tutto così finto, così "romantico" - nel senso negativo del termine - così sdolcinato). Anzi, si è felici per l'happy end meritatissimo e liberatorio. Grande, grandissima. E' una piccola perla che dovrebbe essere recuperata da tutti. Un classico quasi (perché altre belle commedie sono state realizzate dallo stesso regista e non solo in quegli anni) inimitabile. Uno dei preferiti della sottoscritta. 


Voto: ****1/2













Il trailer: 



Il film completo in lingua orginale:






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lunedì 12 maggio 2014

Il tocco del peccato, ultimo film di Jia Zhangke che anche questa volta ci regala uno scorcio impietoso di più realtà della Cina

Buon inizio di settimana.
Oggi voglio parlarvi di un film cinese di Jia Zhangke, lo stesso regista di quel Still Life che aveva vinto nel 2006 il Leone d'Oro a Venezia.
Mi sto riferendo al suo recente Il tocco del peccato. Più mainstream ma molto godibile e interessante per le tematiche trattate.
Ecco la (breve) recensione:




Il tocco del peccato (天注定; Tian zhu ding) di Jia Zhangke del 2013. Con Jiang Wu, Zhao Tao, Wang Baoqiang, Lashan Luo. (135 min. ca.)
Nelle diverse parti della Cina, quattro personaggi cercano di emanciparsi o di cambiare la propria misera esistenza (chi lavora in fabbrica, chi nei bordelli). Non riusciranno a soffocare la rabbia verso chi li maltratta, sono stanchi di subire ed esploderanno in raptus violenti con numerosi omicidi e un suicidio. 









Il regista riesce a velocizzare un po' i tempi rispetto al suo famoso Still Life, inserendo anche con sapienza scene crude (più realistiche che mai). 
Un film dai ritmi un po' discontinui ma sicuramente apprezzabile da un pubblico più vasto. I personaggi sono ben caratterizzati. Il migliore? Yu Xiao, la splendida ed espressiva Zhao Tao (conosciuta qui da noi per Io sono Li di Andrea Segre, moglie e musa di Jia Zhangke) che si ribella sfoderando il coltello. Impensabile e shoccante, visto che sembra sempre così posata e adorabile. 
La storia più emozionante è però forse quella del giovane solo e innamorato suo malgrado di una prostituta.
Non un capolavoro, ma sicuramente descrive benissimo il tipo di vita dei poveri (e ricchi) cinesi. 
Da vedere.


Voto: ***















Il trailer:






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